venerdì 9 dicembre 2011

Piero Longo e Daniele Scalea al Forum Italo-Turco di Istanbul

Si è tenuto a Istanbul, il 24 e 25 novembre, l'ottava edizione del Forum di Dialogo Italo-Turco, presso l'Hotel Hilton.
Hanno partecipato, come membri della delegazione italiana, anche i rappresentanti dell'IsAG Aldo Braccio, Pietro Longo e Daniele Scalea.
L'organizzazione è stata a cura del SAM e di Unicredit, con l'altro patrocinio dei ministeri degli Affari Esteri di Italia e Turchia.
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martedì 8 novembre 2011

"Rivolte arabe: la primavera non arriva": il 9 novembre a Bologna con D. Scalea

“Rivolte arabe: la primavera non arriva”: il 9 novembre a Bologna

Bologna :::: Centro "Giorgio Costa" :::: 6 novembre, 2011 :::: Email This Post   Print This Post
“Rivolte arabe: la primavera non arriva”: il 9 novembre a Bologna
Si terrà a Bologna mercoledì 9 novembre 2011 alle ore 20.30, presso il centro sociale “Giorgio Costa” di Via Azzo Gardino 48, la conferenza “Rivolte arabe: la primavera non arriva”. Interverranno come relatori: Daniele Scalea (co-autore di Capire le rivolte arabe, segretario scientifico dell’IsAG, redattore di “Eurasia”) e Joe Fallisi (attivista, testimone dell’aggressione alla Libia).
L’organizzazione è a cura dell’associazione “Eur-Eka“.
L’ingresso è riservato ai soci (la tessera Uni.Ass.Bo costa euro 3; sono riconosciute anche le tessere Ancescao).
Per maggiori informazioni cliccare qui.


mercoledì 2 novembre 2011

Giovanni Armillotta presenta “Capire le rivolte arabe”

Fonte: eurasia-rivista.org


Quello che segue è il testo dell’intervento pronunciato da Giovanni Armillotta (direttore della rivista “Africana”, frequente contributore alle due maggiori riviste italiane di geopolitica, “Limes” e “Eurasia”) giovedì 6 ottobre 2011, alle ore 21.00, presso il Circolo Vie Nuove di Firenze, in occasione della presentazione del libro dei nostri redattori Pietro Longo e Daniele Scalea Capire le rivolte arabe. Alle origini del fenomeno rivoluzionario, edito dall’IsAG assieme a Avatar. Per maggiori informazioni sulla serata, cliccare qui.



Inizierò l’esposizione del volume con un aneddoto. Nell’ottobre 2004 uscì il primo numero di «Eurasia» diretta da Tiberio Graziani, che in seguito s’è affermata – con «Limes», fondata nel 1993 e diretta da Lucio Caracciolo – come una delle due più importanti riviste di geopolitica. A dire il vero ci sono stati altri due tentativi di altrettanti periodici di tenore geopolitico, ma siccome entrambi non erano altro che l’espressione di sette politiche ben precise, essi hanno fallito. È patetico come la geopolitica possa essere considerata alla stregua di banchi di approfondimento di un “pensiero” promanante dalla “destra” o dalla “sinistra” o dai cattolici. Premetto, anzi postmetto, che a “pensiero”, “destra” e “sinistra” ho posto le virgolette. Ribaltando e parafrasando la nota frase di Ernesto Massi, perlomeno dalla seconda metà degli anni Ottanta del sec. XX, l’ignoranza della classe politica italiana ha fatto sì che la geopolitica essa né la praticasse e né la studiasse, delegando il tutto alla Casa Bianca.
La geopolitica non è la fonte delle scelte di politica estera da studiare con stantii parametri partitici e direi, in particolare, squallidi – considerando come opera la politica dei due versi (governativa e d’opposizione) nel nostro Paese – essa geopolitica si pone essenzialmente nei due parametri di valore che sono prassi e dottrine eurasiatista e atlantista. L’eurasiatista è la ricerca della fine della dipendenza dei popoli tellurocratici da quelli talassocratici, che ha definito le relazioni internazionali dalla nascita della potenza marinara inglese, sin da quando la Royal Navy di Elisabetta I sconfisse l’Armada Invencible di Filippo II nel 1588. Egemonia britannica che poi iniziò a declinare non dopo gli esiti della guerra d’indipendenza statunitense dal 1775 al 1783 che anzi rafforzò il “lago” Atlantico – ribellione, quella statunitense, scorrettamente definita rivoluzione, secondo i miei canoni di marxista non pentito che considera la struttura e la sovrastruttura come elementi fondanti dei rivolgimenti politici. La primazìa britannica prese a tramontare da quando gli Stati Uniti d’America uscirono, finalmente preparati al confronto militare, dal guscio della Dottrina Monroe (elaborata difensivamente nel 1823 contro la Santa Alleanza, e usata d’attacco in seguito), e con uno dei loro marchiani pretesti, affossarono i residui dell’Impero Spagnolo con la guerra contro Madrid, aprile-agosto 1898, la cosiddetta splendid little war.
Di conseguenza, oggi, la scelta atlantista, rispettabile e legittima al pari di quella eurasiatista, verte sul dover essere seguaci dell’“eccezionalismo messianico” statunitense sviluppatosi, appunto a partire dai primi insediamenti inglesi nell’America del Nord, nel sec. XVII, e poi del successivo periodo di espansionismo territoriale (riduzione del Messico al 25% della sua originale estensione, suddetta guerra ispano-americana, partecipazione nelle due guerre mondiali, con l’ultima in veste egemonica) fino agli anni della guerra fredda. Infine, dal trentennale periodo che va dalla Presidenza Reagan, 1981, all’11 settembre 2001. Non per nulla l’espressione “destino manifesto” degli Stati Uniti d’America fu coniata nel 1845 nel corso del conflitto che inquartò il Messico e fu poi riattualizzata, negli anni dell’Impero del Male comunista per poi riversarla contro nuovi nemici. Bush figlio si è messo in perfetta sintonia con questa “tendenza messianica” tradizionale, carica di fondamentalismo religioso antistorico, isolazionismo aggressivo in quanto rifiutante la visione paritetica del multilateralismo, teorie e pratiche a cuore sia dei repubblicani che dei democratici, facce diverse della stessa banconota. Lo stesso successore di Bush, e di conseguenza prodotto del grande capitale finanziario statunitense, si sta comportando come il precedessore.
Un’accurata inchiesta, uscita da una casa editrice fiorentina sino al 2005 (Ponte alle Grazie) già dal titolo demolisce le presunte differenze tra il partito repubblicano e quello democratico. Il libro Barack Obush, uscito il 7 luglio 2011, scritto da Giulietto Chiesa con Pino Cabras esplora senza paure tutti gli ultimi avvenimenti della politica internazionale. La manipolazione delle rivolte nel mondo arabo che ci riunisce nell’incontro di stasera; l’aggressione alla Libia, la perdita d’identità e valore dell’Europa in una sorta di silenziosa e rassegnata colonizzazione e trasformazione in melting pot di Serie B, di cui le ricchissime classi politiche sono insensibili; la tenzone con la Cina temuta da Washington sua “erede”, e le crisi dei debiti sovrani sono al centro dei grandi rivolgimenti in atto. Obama non è altro che uno dei migliori alleati dei piani dei neoconservatori. Gli stessi che sognano un nuovo ordine mondiale caratterizzato dal protagonismo armato degli Stati Uniti, ampliatosi durante la presidenza di Barack Hussein. Un progetto cullato dalla famiglia Bush e portato avanti da Obama. Il democratico è riuscito però a vendersi molto bene dati i luoghi comuni di cui è il massimo portatore nello versione tradizionale: bianco cattivo (Bush figlio), nero buono (Obama), ma entrambi sventolanti lo stars and stripes del capitale finanziario e dell’imperialismo unipolare. Chiudo la parentesi con un esempio emblematico. Non avete mai fatto caso che l’unico Paese al mondo che non ha una ragione sociale e specifica, insomma un nome ristretto, sono proprio i cosiddetti Stati Uniti d’America? Mi spiego: ci sono gli Stati Uniti Messicani, grandi Federazioni, quali Russia, Canada (entrambe di maggior superficie degli Stati Uniti), Brasile, Australia, India, Argentina, Nigeria, come anche di più piccole – basti citare per tutte la Svizzera – però non esiste Stato alcuno che faccia riferimento a una ripartizione zonale che comprenda addirittura un Continente – Stati Uniti d’America. Per cui un domani se col NAFTA si cerca di inglobare – quali colonie commerciali e perché no, politiche? – Canada e Messico, e il resto, quel nome resterebbe immutato. Ed è nello stesso che vigono i propositi di dominio planetario.
A questo punto è bene procedere con l’aneddoto.
Sfogliando il Numero 1, Anno Primo, dell’Ottobre-Dicembre 2004 leggo la formazione del Consiglio dei Redattori di «Eurasia», composto di personalità ampiamente conosciute nel campo della geopolitica: direttore Tiberio Graziani, Aldo Braccio, Aleksandr Gel’evič Dugin, Martin A. Schwartz, Carlo Terracciano e poi notavo il nome di Daniele Scalea, di cui non sapevo assolutamente alcunché. Su quel numero tradusse dal russo il contributo di Dugin, e sul numero successivo (Gennaio 2005) esordì in firma con la recensione di Italia, Germania, e Giappone, scritto dal padre della geopolitica, il tedesco Karl Haushofer (Monaco di Baviera 1869-Berlino 1946); il suo primo articolo vero e proprio apparve sul N. 2/2005 dal titolo Ucraina, terra di confine.
Nonostante cercassi sue biografie, pensavo che non apparisse mai il proprio titolo di studio fra le schede biografiche della rivista, in quanto trattavasi probabilmente di un anzianissimo professore universitario dalla modestia aulica, dal linguaggio stranamente attuale, un vecchio docente forbito che conosceva il russo alla perfezione e tante altre cose. Un giorno parlando con un amico, di cui non faccio il nome, gli chiesi: «Ma mi dici un po’ dove insegna ’sto Scalea?». Mi fa l’interlocutore: «Ah! Ah! Ah! [risata], sta per laurearsi: è uno studente, infatti ha poco più di vent’anni». Vi prego di non osare immaginare come ci rimasi… «Vent’anni???… e quando ha iniziato a studiare, a sei?».
Per cui, complimentandomi con lui e Pietro Longo per il volume, affermo che – per le possibilità concessemi – l’ho consigliato alle cattedre di Afro-asiatici e Paesi islamici, presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Pisa, cattedre che mi vedono quale uno dei componenti di commissione.
Scalea e Longo, rileggono i problemi della storia recente di tutti i Paesi arabi che si affacciano e non sul Mediterraneo (compresi Giordania e Iraq), chiedendosi, tra le altre cose, perché, malgrado l’allargamento dell’Unione Europea, l’Europa politica assolve nel Mediterraneo un ruolo così tenue, ossia non conta nulla, mentre, dopo il crollo dell’Unione Sovietica, gli Stati Uniti vi esercitano un’egemonia sempre più indiscussa? Come si spiega, in Medio Oriente e nei Paesi arabi, il sorgere e il diffondersi dell’islamismo radicale? Islamismo radicale che, ad esempio, in Siria – attualmente nel mirino di Stati Uniti e sodali (Gran Bretagna, Francia, Italia, ecc.), è il primo, l’islamismo radicale, a schierarsi a favore della Hillary Clinton contro Baššār al-‘Asad? Nel senso come mai la Siria laica che sin dai tempi del padre di Baššār, Ḥāfiẓ, da sempre aveva combattuto finanche la Fratellanza musulmana siriana in quanto anti-baatista d’un tratto è da eliminare? Pure a questa fondamentale domanda, risponde il libro.
Come sostiene il prof. Domenico Losurdo, ordinario di Storia della filosofia presso l’Università di Urbino: terrorismo, fondamentalismo, antiamericanismo, odio contro l’Occidente, complicità con l’Islam e contro Israele: queste sono le accuse che l’impero statunitense brandisce come armi affilate. Chiunque non sia con gli Stati Uniti è antiamerikano, con la cappa, nemico della pace e della civiltà.
Questo è un libro, un testo di studio e di critica, che spazia in uno scenario molto ampio, e ci dà chiavi di lettura dei recenti fenomeni che stanno sconvolgendo l’arco mediterraneo meridionale col tentato spaccio delle rivolte antimperialiste e antineocolonialiste mediterranee, dello Yemen, del Bahrein e dell’Oman, in fattori richiamanti masse di musulmani che si sono e si stanno ribellando per auspicare, invece secondo certa stampa embedded-copia-e-incolla, forme di governo liberal-democratiche in cui trionfino gli dèi che vediamo adorare ogni giorno: capitalismo, abolizione dei frutti delle lotte operaie e religione del tecnologismo; o per meglio dirla: a favore dei valori pornografici e cocacolistici dell’Occidente ameriko-franco-britannico. Gli autori mi permetteranno un accenno che vada più lontano. Perché Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia stanno tornando in Nord Africa?
La storia che gli italiani ignorano è nota ai Governi europei, agli statunitensi e a tutti coloro che hanno studiato l’influenza dell’energia nucleare sulla politica internazionale negli ultimi sessanta anni. Se in Italia è apparsa marginale o irrilevante, le ragioni, quindi, vanno ricercate altrove. Ma occorre anzitutto ricordare brevemente i termini della questione. Nell’autunno del 1956, periodo ben analizzato nel volume, il governo francese, presieduto dal socialista Guy Mollet, tirò fuori dal cassetto un vecchio progetto, di cui si era segretamente discusso nei mesi precedenti, e propose a due partner europei (Germania e Italia) un’intesa tripartita per la collaborazione atomica in campo militare.
La proposta fu avanzata dopo il fallimento della spedizione anglo-francese a Suez, in un momento in cui la Francia era impegnata nella guerra algerina e lamentava l’insensibilità della NATO per una questione che il Governo di Parigi considerava vitale, ma di cui agli Stati Uniti non importava niente.
Il riferimento a Suez conferma che il conflitto scatenato contro l’Egitto dalle due ex potenze europee con la complicità di Israele dopo la nazionalizzazione del Canale fu, insieme a quella di Corea, il primo grande spartiacque della politica internazionale nel secondo dopoguerra. Quando gli Stati Uniti, e pure l’Unione Sovietica – interessata a rientrare in Medio Oriente, dopo un esordio pro-israeliano – intervennero e imposero la cessazione delle ostilità, Gran Bretagna e Francia ebbero reazioni opposte.
A Londra i conservatori scelsero un nuovo primo ministro nella persona di Harold Macmillan, e dettero un colpo di acceleratore alla decolonizzazione formale, decidendo che il rapporto speciale come 51ª stella della bandiera statunitense era più importante dei loro vecchi sogni imperiali. La Francia conservò Guy Mollet alla testa del governo e decise testardamente che soltanto l’arma atomica le avrebbe permesso di non piegare la testa di fronte agli Stati Uniti. È così è stato sino all’avvento di Sarkozy, il quale liberandosi dell’indipendentismo gollista è tornato nella NATO, per poter riceve dalla Casa Bianca i vari permessi neocoloniali nel Mediterraneo. Ecco spiegato il fenomeno Libia, in poche parole. In pratica si spera che la fine degli Stati arabi laici, ma indipendenti (Libia e Siria) apra un varco nel quale entrerebbero i gruppi religiosi che avrebbero una crescente importanza. La scena, in maniera da dare all’Occidente il pretesto per entrare e “portare la democrazia”, però la loro. Ciò dimostra le vicende descritte in questo libro.
Ossia l’amministrazione guerrafondaia di Obama cerca di esorcizzare quanto accade sotto i suoi occhi nella penisola arabica e nel mondo arabo (rivolte – in maggioranza – sciite in Bahrein, Oman, Yemen e Arabia saudita, lenta ascesa dei Fratelli musulmani sunniti in Giordania, Egitto, nella stessa Libia conquistata, ancora moti soffocati in Tunisia e Algeria, espulsione e/o fuga degli ambasciatori israeliani da Ankara, Cairo e Amman) e cerca di esorcizzarlo per “riequilibrare” lo scacco matto nella regione, e continua a programmare la destabilizzazione della Siria.
E di rimando: i ribelli libici sono buoni. Gheddafi è cattivo. I ribelli siriani sono buoni, Asad è cattivo. Gli egiziani sono buoni, ma anche cattivi. I contestatori e dissidenti arabi del Bahrein, dell’Oman, dello Yemen e dell’Arabia Saudita sono cattivi.
Sono buoni, invece, i governi feudali di quegli Stati come pure buoni sono i governi al Maliqi, per l’Iraq e Karzai, per l’Afghanistan, imposti a mano armata dagli anglo-americani. Tunisini, algerini e marocchini, finché sono governati da regimi pro-Occidente sono naturalmente buoni. Se si rivoltano sono pericolosi e quindi cattivi.
Il brano riportato alle pagine 121-122, sviluppa il gioco di parola, ove si legge che: «[...] prende le mosse la logica di divisione del “Grande Medio Oriente” in regimi amici, o “moderati”, e regimi radicali e “fondamentalisti”. Al primo gruppo hanno fatto parte per tradizione il Marocco, la Tunisia, l’Egitto, la Giordania, al secondo gruppo invece la Libia, l’Algeria del FIS, la Siria e l’Iraq di Saddām Husayn. Lecitamente saremmo indotti a pensare che, in virtù di una certa affinità elettiva, i paesi della cosiddetta e monolitica “civiltà occidentale” siano stati più propensi a legarsi e stringere rapporti con i regimi laici, caratterizzati da politiche di marginalizzazione verso i movimenti islamici. Ma lo schema non regge se si considera che dei paesi nemici, addirittura del famoso “asse del male”, fa parte la Siria che, specie dopo il recente regime change in Iraq ed il conflitto in corso in Libia, resta l’unico paese arabo a tradizione socialista. Viceversa è notorio (e sottolineato a più riprese, tra gli altri, da Ahmed Rashid) come il regime del mullā ‘Umar, il “Principe dei Credenti” talibano, nel corso degli anni ’90 sia stato corteggiato da alcune cancellerie occidentali in merito a precisi progetti, poi abortiti, di approvvigionamento energetico. Anche l’esempio delle petro-monarchie del Golfo è significativo in tal senso. Il vero problema quindi non sembra essere il fantasma islamico che aleggia minaccioso per le strade di Damasco o di Algeri e Tripoli d’occidente, perché quello stesso “spettro” aleggia anche per le strade del Cairo, di Rabat e forse soprattutto di Amman».
Questo volume distrugge i luoghi comuni, le frasi fatte, le banalità di coloro che lavano i cervelli attraverso giornali e mass media, quelli con le palette in mano fra un concorso canoro, ed una trasmissione in cui “insegnano” chi è amico e chi no. È un libro completo e chiaro che tutti leggiamo senza rischiare di precipitare nell’erudizione, nell’eccesso di note, nella noia del particolarismo, grazie pure ad una cartografia curata con massima perizia ed eccellenza da Lorenzo Giovannini.
E per finire… un ricordo sull’Oman… la cui lotta di liberazione marxista-leninista degli anni Settanta era ricordata dalle trasmissioni di Radio Tirana, in lingue nazionale ed estere (italiano compreso) e da LP pubblicati in Francia [qui mostro il disco]. In Italia non se ne parlava.
Grazie.

sabato 29 ottobre 2011

“Capire le rivolte arabe” per infrangere i luoghi comuni dei media omologati

Fonte: "Rinascita"

di: Aliena

Effetto domino? Contagio? Le cause delle agitazioni che stanno interessando l’area del Golfo Persico ed il Nordafrica sono profondamente differenti; tali dissomiglianze vengono illustrate in un fondamentale lavoro di Pietro Longo e Daniele Scalea, Capire le rivolte arabe: Alle origini del fenomeno rivoluzionario – edito pochi mesi fa per Avatar éditions e per l’Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie (IsAG).
A Firenze, il prestigioso Circolo Vie Nuove – ex Casa del Popolo del Pci – ha ospitato la presentazione del volume nell’ambito del tema Mediterraneo: Mare Mosso, avviato giorni addietro dagli interventi di Lucio Caracciolo e Umberto De Giovannangeli, per capire l’evoluzione politica, i nuovi equilibri, i traffici e il quadro socio-economico di questo teatro strategico che è il Mediterraneo. Il Circolo da tempo si segnala per iniziative e incontri culturali di primissimo livello nazionale; amministratore è Daniele Sordi.
L’incontro è stato organizzato da Alessandro Michelucci: direttore del Centro di documentazione sui popoli minacciati; esperto di minoranze; collaboratore dell’Università di Firenze sul progetto LanMob (dedicato ai problemi delle minoranze linguistiche europee); giornalista. Egli, inoltre, ha intessuto una fitta rete di contatti in Europa e in tutto il mondo e collabora a numerose testate cartacee e su internet.
Oltre all’autore Scalea, sono intervenuti Giovanni Armillotta, assistente di Storia dei Paesi afro-asiatici e islamici a Pisa, nonché direttore del periodico “Africana” (fra i sedici italiani consultati dall’ “Index Islamicus” dell’Università di Cambridge) e Vincenzo Durante, assistente ordinario di Diritto romano a Firenze, nonché saggista. “Si tratta di un gran bel libro, denso ed armonioso, di studiosi di alto profilo, orientalisti, ricercatori e redattori di ‘Eurasia’ – Rivista di studi geopolitici – non generici analisti improvvisati; una ricostruzione attenta, frutto di ricerche su un imponente materiale, lucida, scrupolosa e aliena da schemi interpretativi preconfezionati ed etnocentrici” ha osservato Durante.
Pietro Longo, arabista, è dottorando in Studi sul Vicino Oriente e Maghreb all’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”, dove si occupa di diritto musulmano e dei paesi islamici e nello specifico del cosiddetto Costituzionalismo islamico. Tra i suoi interessi ci sono anche la geopolitica e le relazioni internazionali del Vicino Oriente. Dal 2010 è nella redazione della rivista di geopolitica “Eurasia”. Daniele Scalea è laureato in Scienze storiche all’Università degli Studi di Milano, segretario scientifico dell’IsAG e redattore anch’egli della predetta rivista sin dal 2004. Nel 2010 ha pubblicato il libro La sfida totale. Equilibri e strategie nel grande gioco delle potenze mondiali (Fuoco Edizioni, Roma 2010).
Gli autori, entrambi giovanissimi – come messo in risalto da Armillotta: di Scalea si potrebbe credere sia “un vecchio docente forbito che conosce il russo alla perfezione, dalla modestia aulica e dal linguaggio stranamente attuale”, non fosse, in realtà, poco più che ventiseienne – fanno chiarezza sugli ideali e le aspirazioni che animano i nostri vicini arabi, tratteggiando le future fattezze del mondo, una volta che l’ondata della rivolta avrà preso la piega imposta, male che vada, da Casa Bianca, Londra e Parigi.
In particolare, ha ribadito Vincenzo Durante, il testo “disvela la struttura nascosta della retorica dei media occidentali sulla primavera araba, alcuni dei quali hanno enfatizzato il carattere eroico e quasi romanzesco delle rivolte dipingendole come movimenti popolari spontanei che mediante l’autorganizzazione e l’uso di mezzi tecnologici hanno rovesciato i regimi tirannici che da decenni li opprimono. Altri hanno seguito la linea della diffusione di notizie esagerate di proposito, dai caratteri grotteschi, in modo da involgere un clima favorevole alle rivolte e ai rovesciamenti di regime. Si pensi alla notizia della pratica, da parte degli ufficiali di Gheddafi, di distribuire alle truppe dosi di Viagra, sì da risvegliare gli istinti dei combattenti e spingerli ad effettuare stupri punitivi sulla popolazione femminile degli insorti. E in questo anche media arabi molto noti hanno le loro responsabilità. La prima vittima della guerra è la verità, avvertiva Eschilo già nel V secolo avanti Cristo”.
Ancora una volta, la stampa omologata ha dunque peccato di retorica e semplicismo, dispensandosi dal riportare le vere sembianze di un fenomeno molteplice e variegato, nonché dal riferire la natura dei complessi rivolgimenti che ne scaturiscono. Si è voluto dar ad intendere che i vari gruppi etnici di rivoltosi anelino ad equipararsi, volontariamente, alle forme di governo liberal-democratiche – ispirate al consumismo massificante – che ottenebrano i cervelli occidentali. Una spessa cortina fumogena – ovvero, il polveroso cover-up informativo – ha eclissato le proteste sciite in Arabia Saudita, Yemen e Bahrein, distorcendo al contempo l’ascesa del Fratelli musulmani sunniti e gli eventi occorsi in Libia e Siria. “Nel Golfo abbiamo dei Paesi che sostanzialmente sono delle monarchie autoritarie; regimi basati sul potere patrimoniale di poche famiglie. Laddove invece, in Paesi come la stessa Tunisia, l’Algeria e l’Egitto, abbiamo una società civile molto più dinamica, in cui esistono dei partiti politici che, in qualche modo, hanno già interiorizzato la dialettica partitica e il processo democratico. Il Golfo Persico è una realtà a sé stante, in cui a decidere sono quelle poche famiglie che hanno interesse a non far entrare nuovi attori nel discorso politico, per mantenere l’amministrazione delle risorse petrolifere o, comunque, degli idrocarburi” aveva tenuto a precisare Pietro Longo, nel corso di un’intervista rilasciata, all’inizio di marzo, a RaiNews24.
Concorde nella suddetta analisi, Giovanni Armillotta individua nella condotta dell’amministrazione guerrafondaia di Barack Obama un tentativo di esorcizzare l’accaduto e preservare la propria immagine dall’onta dello scacco matto subito nella regione fra Iraq e Afghanistan e nella fine del progetto unipolare. Del resto, tale atteggiamento sembra essere perfettamente in linea con le aspirazioni dell’uomo da 110 milioni di dollari – la somma di denaro investito da corporation, lobby e banche nella prima, fragorosa campagna mediatica del presidente amerikano.
A parere di Durante, “quel che sta succedendo a un passo dalle nostre case, dalla Tunisia, al Bahrein, alla Libia viene spiegato incrociando dati, cifre, verifiche economiche e, ovviamente, illustrando le specificità culturali e socio-economiche, tra eterogeneità e complessità, di un mondo che non è speculare ai pregiudizi occidentali, alle teorie dello scontro di civiltà, alle teorizzazioni dei neo-con americani e dei loro emuli italiani sull’inconciliabilità ed incompatibilità fra islam e democrazia”. Ciascuno scenario della realtà vicinorientale è stato sviscerato nelle sue prerogative specifiche; il volume in questione rappresenta perciò uno squarcio nel velo dell’oblio e della mistificazione che ha contraddistinto, sinora, il pensiero unico dominante.
L’Italia, al di là delle proprie alleanze atlantiche, non può certo ignorare le imminenti e assai probabili ripercussioni di quanto si sta verificando nello spazio mediterraneo: presto o tardi, dovrà confrontarsi con varie incognite e complicanze – ad iniziare dalla crisi libica, di cui sta già pagando lo scotto sia in termini di credibilità, per aver violato il Trattato di Amicizia con la Libia, che di ingenti spese militari; nonché, con il peso dell’incertezza sul futuro approvvigionamento energetico della penisola, e la fine dell’egemonia imprenditoriale del Bel Paese sul e nell’ex Quarta Sponda.
Il pubblico, folto, ha posto domande numerose e stimolanti nel dibattito a conclusione degli interventi. In conclusione va detto che il volume è un primo passo verso la verità, quale liberazione dal pregiudizio: in tal senso, gli autori ci forniscono un indispensabile strumento.

domenica 23 ottobre 2011

Il prossimo Nobel per la pace

Fonte: "Eurasia"

:::: Daniele Scalea :::: 21 ottobre, 2011 :::: Email This Post   Print This Post
Il prossimo Nobel per la pace
La morte violenta di Mu’ammar Gheddafi ha subito richiamato alla mente quella di Saddam Hussein, solo di pochi anni precedente. Malgrado certe differenze palesi (Hussein non fu assassinato da una manica di balordi armati di telefonini, ma giustiziato dopo un più o meno regolare processo), le analogie sono evidenti, tanto che il parallelo è stato subito fatto proprio dalla stampa. Un paio di similitudini si sono però perse nel discorso “mainstream”.
Entrambi i “Rais” sono passati, se non proprio per una “luna di miele”, quanto meno per una fase di serena e pacifica convivenza col Patto Atlantico. Saddam Hussein negli anni ’80 conduceva una lunga e sanguinosissima guerra contro l’Iràn rivoluzionario, forte dell’appoggio esplicito della NATO. Certo non sapeva che, mentre i paesi della NATO lo rifornivano delle armi necessarie a combattere gl’Iraniani, gli USA – tramite insospettabili triangolazioni con Israele e il Nicaragua – garantivano un trattamento non dissimile, anche se celato nell’ombra, a Tehran. Ma in quel frangente Hussein accoglieva sorridente e fiducioso gli stravaganti doni (inclusi degli speroni d’oro) che gli portava dagli USA l’inviato speciale di Reagan in Medio Oriente. Costui si chiamava Donald Rumsfeld; vent’anni più tardi avrebbe guidato, come segretario alla Difesa, l’invasione dell’Iràq e la deposizione del presidente Hussein.
Gheddafi, dal canto suo, dopo una lunga carriera da rivoluzionario anti-imperialista, ha intrapreso la strada della normalizzazione dei rapporti con gli USA e l’Europa negli anni ’90, quando il crollo dell’URSS e l’inizio della fase unipolare d’egemonia statunitense lasciavano pochi spazi di manovra (persino ai condottieri fantasiosi e imprevedibili come lui). Mandava il suo figlio e delfino Saif al-Islam a studiare a Vienna e poi alla London School of Economics, esperienze da cui rientrava come fautore delle riforme neoliberali nella socialista Jamahiriya libica. Mu’ammar Gheddafi accettava la responsabilità dell’attentato di Lockerbie e l’esborso dei conseguenti indennizzi. Ma soprattutto, stringeva rapporti politico-economici sempre più vincolanti con paesi della NATO, come la Francia, l’Italia e la Gran Bretagna. Ma non solo. Malgrado mantenesse la sua verve polemica verso gli USA, denunciandone il comportamento in Iràq ed impegnandosi, tramite il progetto dell’Unione Africana, a respingerne il neocolonialismo nel continente nero, faceva proprio degli Stati Uniti d’America il principale beneficiario degl’investimenti esteri di capitali libici.
In nome della normalizzazione dei rapporti con la NATO, sia Hussein sia Gheddafi accettarono di smobilitare una parte del proprio apparato bellico, in particolare quello più temibile – ossia le armi chimiche e batteriologiche. Saddam Hussein si disarmò, sotto l’attento controllo degl’ispettori dell’ONU, dopo la dura sconfitta patita ad opera degli USA nel 1991. Ma quando Washington fu sicura che l’Iràq non possedesse più armi per difendersi, l’aggredì – agitando, con involontaria ironia, proprio lo spettro delle “armi di distruzione di massa” che in realtà il paese vicinorientale aveva distrutto su loro richiesta – e depose Hussein, poi catturato e giustiziato dal nuovo regime locale. Nel 2003 anche Gheddafi, timoroso di diventare prossimo obiettivo della crociata neoconservatrice per la “democratizzazione” del “Grande Medio Oriente”, annunciò l’annullamento del suo programma nucleare e la distruzione di tutte le armi chimiche e batteriologiche, nonché dei missili balistici a lungo raggio. È cronaca recente ancor più che storia la sorte toccata a Gheddafi, per mano della NATO stessa, solo pochi anni dopo le sue concessioni.

Abbiamo dunque veduto come il tentativo di distendere i rapporti con la NATO non abbia portato fortuna a Iràq e Libia. Gli USA, capialleanza della NATO, perseguono una strategia egemonica che non contempla rapporti normali ed alla pari con paesi del “Terzo Mondo”. O meglio, considera rapporti “normali” con questi paesi la loro pura e semplice sudditanza.
Inoltre, le aggressioni atlantiste ai due paesi arabi, conseguenti a parziali smilitarizzazioni da parte dei loro dirigenti, ci mettono di fronte ad un’altra realtà. Malgrado tutte le teorie idealistiche e post-moderne delle relazioni internazionali forgiate e proposte nel periodo post-Guerra Fredda, il fattore militare ricopre ancora un ruolo di primo piano. È senz’altro vero che oggi vi sono strumenti di guerra diversi da quello militare, come argomentato da Liang e Xiangsui, ma ciò non lo cancella. La politica internazionale è ancora un agone di competizione non pacifica. Dato che in questi giorni i commentatori italiani sembrano in preda ad un attacco di “latinismo acuto”, adeguiamoci alla moda del momento ed affermiamo che la politica mondiale è una bellum omnium contra omnes (guerra di tutti contro tutti) in cui homo homini lupus (l’uomo è il lupo dell’uomo).
Cerchiamo la controprova per corrobare quanto appena asserito, e la troviamo in Corea del Nord. La Repubblica Democratica Popolare non ha cercato di normalizzare i rapporti con gli USA, nemmeno durante il periodo unipolare. Ha coscientemente optato per l’isolamento, con tutte le conseguenze negative del caso sul piano commerciale, economico e non solo. Ma nel contempo, lungi dallo smilitarizzare sperando così d’evitare un’aggressione esterna, si è invece armata fino ai denti. Si vis pacem para bellum (se vuoi la pace prepara la guerra), dicevano i nostri antenati. Ancora latino. Gli antichi nella loro austera saggezza avevano già capito e descritto tutto.
Ma torniamo al presente, torniamo a Pyongyang. I Nordcoreani, nel loro assillo di tutelarsi con le armi dalle minacce esterne, non si sono fermati di fronte a nulla e sono arrivati fino al deterrente supremo offerto dalla nostra epoca: la bomba nucleare. Di fronte al pericolo di vedersi polverizzare le proprie nutrite guarnigioni in Corea del Sud e in Giappone con pochi e ben assestati colpi nucleari, gli USA si sono guardati bene dal mettere in atto con Pyongyang le maniere forti usate contro Baghdad e Tripoli. Si può ben dire che nella penisola coreana le armi hanno mantenuto la pace; quella stessa pace che il disarmo ha minato nel Vicino Oriente e in Nordafrica, portandovi guerre luttuose i cui morti si contano in centinaia di migliaia (forse milioni) in Iràq, in decine di migliaia (ma la cifra aumenterà) in Libia.
Alla luce di quanto detto finora, non sarebbe logico e giustificato attribuire il prossimo Premio Nobel per la Pace non a Internet, come vorrebbero taluni, ma alla bomba atomica? Un premio per la pace all’arma più letale di tutte può essere percepita come una provocazione illogica, ma dopo il conferimento del medesimo riconoscimento a Barack Obama ogni candidatura diventa più difendibile. Nel peggiore dei casi si potrà argomentare che fallacia alia aliam trudit (un inganno tira l’altro). I latini avevano davvero previsto tutto.

* Daniele Scalea è segretario scientifico dell’Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie (IsAG) e redattore di “Eurasia”. È autore de La sfida totale (Fuoco 2010) e co-autore (con Pietro Longo) di Capire le rivolte arabe (IsAG-Avatar 2011).

mercoledì 19 ottobre 2011

“Primavera araba” o “risveglio islamico”? D. Scalea a Firenze (video)

La sera di giovedì 6 ottobre scorso Daniele Scalea, redattore di “Eurasia” e segretario scientifico dell’IsAG, ha presentato a Firenze presso il Circolo Vie Nuove l’opera Capire le rivolte arabe, di cui è co-autore con Pietro Longo. Intervenendo dopo Giovanni Armillotta e Vincenzo Durante, ha illustrato come la “primavera araba” possa intendersi innanzi tutto come un “risveglio islamico”, ossia una generalizzata ascesa del cosiddetto “Islam Politico”. Di seguito il video dell’intervento di D. Scalea.

mercoledì 12 ottobre 2011

Il video della conferenza di Modena

Sabato 8 ottobre si è tenuta a Modena la conferenza dal titolo "Capire le rivolte arabe", organizzata da Pensieri in Azione e IsAG e rientrante nel Ciclo 2011-2012 dei Seminari di Eurasia. Davanti alle circa 70 persone che riempivano la Sala conferenze della Circoscrizione Centro Storico, Daniele Scalea e Pietro Longo (redattori di "Eurasia" e autori del libro Capire le rivolte arabe) hanno parlato, rispettivamente, del ruolo dei media nelle rivolte e dell'Egitto e Bahrayn come casi esemplari di studio. La conferenze si è protratta grazie agl'interventi ed alle domande che hanno animato il dibattito col pubblico. Proponiamo di seguito il video delle relazioni di Scalea e Longo. 

 


Prima parte:



Seconda parte:

domenica 2 ottobre 2011

Presentazioni del libro a Firenze e Modena (6 e 8 ottobre)

Giovedì 6 ottobre a Firenze e sabato 8 ottobre a Modena vi saranno due presentazioni del libro con la partecipazione degli autori.

Si terrà giovedì 6 ottobre 2011 alle ore 21, a Firenze presso il Circolo Vie Nuove di Viale Donato Giannotti 13, la presentazione del libro Capire le rivolte arabe.
Interverranno come relatori Daniele Scalea (co-autore del libro, segretario scientifico dell’IsAG e redattore di “Eurasia”), Giovanni Armillotta (direttore di “Africana”) e Vincenzo Durante (assistente ordinario, Università degli Studi di Firenze).
L’organizzazione è a cura del Circolo Vie Nuove e dell’Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie (IsAG). L’evento rientra nel Ciclo 2011-2012 dei Seminari di Eurasia.

Si terrà sabato 8 ottobre 2011 alle ore 16.00, a Modena presso la Sala Conferenze della Circoscrizione Centro Storico in Piazzale Redecocca 1, la presentazione del libro Capire le rivolte arabe.
Interverranno come relatori: Pietro Longo (co-autore, redattore di “Eurasia”) e Daniele Scalea (co-autore, segretario scientifico dell’IsAG, redattore di “Eurasia”).
L’organizzazione è a cura di “Pensieri in Azione” e dell’Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie (IsAG). L’evento rientra nel Ciclo 2011-2012 dei Seminari di Eurasia.
L’ingresso è libero.

mercoledì 28 settembre 2011

.Scalea e P.Longo/ Capire le rivolte arabe

Fonte: "Il Democratico"

di Giacomo Guarini.
Il Vicino Oriente è un’area geografica sempre al centro dell’attenzione da parte dei media e degli analisti dei più svariati settori (politico, economico, militare, etc.). I motivi di questo interesse sono in buona parte intuibili: si ha a che fare con un’area tanto strategicamente importante da un lato, quanto instabile e centro di intense conflittualità dall’altro. L’anno in corso è stato caratterizzato da un’attenzione globale ulteriormente accresciuta a causa del vasto e complesso fenomeno di rivolte che ha di fatto attraversato – con forme ed intensità diverse – l’intera regione.
Politici, intellettuali ed opinione pubblica occidentali hanno seguito sin da subito con grande entusiasmo simili fenomeni, vedendo in essi gli effetti di un grande e spontaneo movimento popolare, mosso dal riscatto contro governi autocratici e animato principalmente da giovani generazioni affamate di democrazia e di emancipazione sociale. Da ciò l’uso diffuso di espressioni idealizzanti quali “Primavere Arabe”, “Risorgimento Arabo” e simili.
Tuttavia, a distanza di alcuni mesi, si constata che molto dell’entusiasmo della prima ora si è smorzato. Diversi fattori possono aver contribuito a ciò; fra questi, il ‘congelamento’ della rivoluzione in Tunisia ed Egitto, così come il prolungarsi della guerra in Libia; un conflitto questo ben più lungo e travagliato di quanto le dichiarazioni d’intenti iniziali avessero potuto far credere. Più in generale, l’intero evolvere degli eventi nell’ area vicinorientale ha infine mostrato, in maniera inequivocabile, come i fenomeni in questione siano molto più complessi e sfaccettati rispetto al quadro dipinto dai media, pieno invece di retorica e semplicismo.
Due giovani studiosi hanno provato a fare il punto della situazione con un saggio eloquentemente intitolato “Capire le rivolte arabe” (Avatar Editions). Daniele Scalea e Pietro Longo, questi i nomi degli autori, hanno una formazione accademica rispettivamente nel campo della storia e dell’arabistica; inoltre si occupano entrambi di geopolitica, in particolare per la rivista Eurasia, di cui sono redattori. Il saggio in questione si presenta di grande utilità per chiunque voglia orientarsi nella complessità dei rivolgimenti in corso nel mondo arabo, dal momento che analizza in maniera sintetica ma rigorosa le dinamiche di breve e lungo periodo sottese ai fenomeni rivoluzionari, tratteggiandone inoltre in maniera convincente diversi possibili sviluppi futuri.
Oggi più  che mai assume grande importanza una conoscenza basilare della realtà mediterranea e vicinorientale, tanto più in un paese come il nostro che, pur se legato all’area politico-culturale nord europea ed atlantica, si trova quasi interamente disteso al centro del Mediterraneo; da una tale posizione, l’Italia non può trascurare le realtà dell’altra sponda di quello che fu il mare nostrum, né tantomeno fingere di ignorarne i problemi salvo – in quest’ultimo caso – subirne in maniera ancora più brusca e traumatica i contraccolpi, come ci ricordano i due studiosi. Ci auguriamo quindi che, grazie anche alla diffusione di opere come quella di Longo e Scalea, possa maturare una diffusa consapevolezza della necessità di abbattere quell’invisibile muro politico-culturale che ci separa dal mediterraneo extraeuropeo.
Abbiamo incontrato i due autori del testo per porgli alcune domande sui fenomeni oggetto del loro studio.
Una fondamentale chiave di lettura offerta dal vostro lavoro per cercare di spiegare i fenomeni in corso è quella del dirompente affermarsi dell’Islam politico a scapito di un nazionalismo arabo oramai in declino. Potete spiegarne in breve il significato? Pur nelle loro specificità e differenze, possono trovare coerente inquadramento entro questa lettura anche i due scenari di crisi attualmente più seguìti ed incerti dell’area, quello siriano e quello libico?
Daniele Scalea: Poniamo come premessa che nell’Islam non esiste la “separazione tra Stato e Chiesa” come da noi, e quindi la distinzione tra movimenti laici e movimenti religiosi è per certi versi arbitraria. Ciò detto, è lecito parlare di contrapposizione tra un nazionalismo laico, spesso panarabo, ed una corrente religiosa, talvolta indicata come “Islam Politico” o “islamismo”. Se il nazionalismo laico ha prevalso nei primi decenni del dopoguerra, esso è da tempo in fase calante: fallimentare, delegittimato ed impopolare, sta lasciando spazio all’ascesa dell’Islam Politico.
Ciò avviene, o potrebbe avvenire, anche in Libia e Siria. Probabilmente Gheddafi non sarebbe mai stato rovesciato senza l’intervento straniero, ma questo c’è stato ed ora le porzioni più ricche e popolose del paese sono in mano ai ribelli, per lo più islamisti. Ad esempio il governatore di Tripoli, Abdelhakim Belhadj, è un veterano dell’Afghanistan: vi ha combattutto sia contro i Sovietici sia contro gli Angloamericani. Molti osservatori già da mesi indicavano nel Gruppo Islamico Combattente Libico (già affiliato a Al Qaida) la forza militarmente più significativa del CNT. Per quanto riguarda la Siria, tra gli oppositori più importanti va citata la Fratellanza Musulmana e, ancor più, i gruppi cosiddetti “salafiti”, o anche wahhabiti, che spesso si sono formati militarmente combattendo in Iraq contro gli USA.
Pietro Longo: Non bisogna cadere nell’eccesso di semplificazione: ciò che è avvenuto nel mondo arabo lungo quasi tutto il 2011 non è un duplice movimento di discesa delle ideologie nazionaliste e di ascesa di quelle informate all’Islam. Personalmente ho sempre contestato una separazione così netta tra queste due correnti e questo perché, a parte rari casi, nel mondo islamico il nazionalismo non si è mai qualificato totalmente come laico, al pari dell’omologo movimento europeo. Ciò detto, è pacifico che lungo questo primo decennio del XXI secolo abbiamo conosciuto un progressivo “risveglio islamico”, anche sottoforma di “rivincita sciita” a seguito di ben precisi accadimenti, come l’invasione US-led di Afghanistan e Iraq entro il primo quinquennio o lo sconfinamento in Libano dell’Israel Defence Force nel 2006. Tuttavia nel caso delle “rivolte arabe” bisogna certamente usare cautela e distinguere ogni scenario da qualunque altro. L’esempio egiziano è emblematico in ciò: una rivolta di piazza, scaturita dal malcontento di molteplici sfaccettature sociali, è stata senza dubbio cavalcata dalle forze islamiche, organizzatesi secondo nuovi partiti e associazioni, come il Partito Libertà e Giustizia affiliato alla Fratellanza Musulmana. In Tunisia, nel contesto dell’ipertrofia dei partiti politici, è stato reso legale il maggiore partito di opposizione, ossia al-Nahda dello Shaykh Rashid al-Ghannushi. Questo però può non implicare necessariamente che le frange politiche islamiche siano state le protagoniste della rivolta e potrebbe non essere nemmeno una garanzia per il futuro. Dopo una frattura più o meno violenta, entro qualsiasi ordinamento il potere politico dà luogo a fenomeni extra ordinem, non previsti da nessuna fonte normativa ma che si impongono di fatto. Non sembra casuale che, tornando al caso egiziano, il Partito Libertà e Giustizia si sia formato nel febbraio scorso ovvero prima che la Costituzione interinale adottata in aprile giungesse a vietare all’articolo 5 la formazione di partiti su base eminentemente religiosa.
Quanto ai casi della Libia e della Siria, siamo dinnanzi ad altri due scenari particolari. Nel primo il Consiglio Nazionale di Transizione appare formato da personalità eterogenee organizzatesi nell’area di Bengasi. Mustafa ‘Abd al-Jalil, ex Ministro della Giustizia dal 2007 e segretario del Consiglio Nazionale è un giudice proveniente dalla Facoltà di Shari’a degli atenei di Bengasi e di al-Bayda’. Ma questo fatto non è rivelatore di alcunché di specifico data la poca chiarezza sul programma politico dei “ribelli”, per il momento abbarbicati unicamente su posizioni anti-Gheddafi. La Costituzione interinale diffusa nell’agosto scorso poco ci suggerisce, salvo fissare la Shari’a come “la” fonte principale dell’ordinamento, come del resto nel caso egiziano, e informare l’educazione delle nuove generazioni allo spirito islamico e all’amore per la patria. Sarà necessario osservare come queste dichiarazioni di principio si tradurranno in politiche operative.
Infine in Siria, è vero che la Fratellanza Musulmana lavora quotidianamente per screditare il regime di al-Asad ma i comunicati e le dichiarazioni non sono improntante alla dialettica nazionalismo/secolarismo vs islamismo. Piuttosto si focalizzano unicamente sulla condanna alle stragi compiute dall’esercito e dunque alla perdita di legittimità dell’establishment al potere.
Sin dall’inizio dei disordini, abbiamo assistito a continue e gravi storture dell’informazione sui fatti di Libia e Siria, e per contro a prolungati silenzi sulle proteste in altri paesi quali Arabia Saudita, Bahrayn e Yemen.
Aspetto particolare è che questo atteggiamento non ha caratterizzato i soli media occidentali, ma è  spesso partito proprio dai grandi mezzi di informazione panaraba quali Al Jazeera e al Al Arabiya. A quali logiche è ragionevole pensare che stiano rispondendo tali mezzi di informazione nelle crisi in corso?
DS: Come qualsiasi altro organo di stampa, alle logiche dei loro editori: ossia, rispettivamente, di Qatar e Arabia Saudita, ossia della famiglia Al Khalifa e della famiglia Saud. Entrambi i paesi – o meglio sarebbe dire le famiglie che non solo li dominano, ma li posseggono formalmente – nutrono ambizioni di potenza nella regione. L’Arabia Saudita ha un’ideologia ufficiale che è il wahhabismo, e s’impegna a diffonderlo nel mondo musulmano grazie ai petrodollari che affluiscono numerosi nelle casse del Regno. Il Qatar ha un’immagine più moderna ed una dimensione decisamente più piccola, ma è anch’esso molto ricco ed ha investito sui media come veicolo per procacciarsi influenza, e quindi potere, nella regione ed oltre (non a caso Al Jazira trasmette pure in inglese).
PL: I cosiddetti “media panarabi” hanno avuto un ruolo significativo in molteplici occasioni: durante gli eventi subito successivi al 9/11, durante la “caccia a Bin Laden” ed in generale nel corso della Global War on Terrorism, in diversi momenti della questione israelo-palestinese, nel caso dell’abbattimento del regime di Saddam Hussein in Iraq e così via. A volte al-Jazeera ha ricevuto le aspre critiche dell’opinione pubblica mondiale per la messa in onda di immagini particolarmente cruente o per la diffusione di notizie che potevano fungere da propellente ed infiammare gli animi. Nel caso della “primavera araba” questi network non sono stati meno presenti nei diversi scenari ed è sembrato che abbiano seguito delle agende ben precise. In verità questa critica può essere allargata a tutti i maggiori media globali, probabilmente protesi a confondere le idee sul reale svolgimento degli eventi. Basti pensare all’imprecisione, talvolta iperbolica, con la quale sono state riferite le stime delle morti nei diversi fronti. Nel caso libico però la questione è ancora più delicata, perché il coverage di al-Jazeera che ci ha condotti fin dentro al compound di Gheddafi, poco o nulla ha detto in merito alle casualità di civili procurate accidentalmente dai bombardamenti aerei. Lo slogan “l’opinione e l’opinione contraria” che fino a qualche anno fa era continuamente sbandierato dall’emittente qatarina, questa volta sembrerebbe aver preso delle derive nettamente unidirezionali.
Negli ultimi anni l’Italia sembrava fare passi avanti, pur fra evidenti limiti e contraddizioni, verso una politica di maggiore presenza nel Mediterraneo. Le crisi della regione hanno mostrato in realtà  tutta la debolezza politica del nostro paese, che non si è in alcun modo distinto nell’azione politica e diplomatica e che si è lasciato trascinare in una guerra – quella libica – sicuramente non voluta a livello governativo. In che modo l’Italia rischia di pagare, se non lo sta già facendo, la sua impreparazione di fronte ai rivolgimenti dell’area? Nonostante ciò, dispone il nostro paese ancora di spazi di manovra politici anche minimi, atti a limitare i danni derivanti da simili destabilizzazioni?
DS: L’Italia sta pagando la crisi libica in vari modi. Innanzi tutto, ha perduto credibilità: col suo atteggiamento ondivago e col voltafaccia ai danni della Jamahiriya, con annessa sfacciata violazione del Trattato di Amicizia e di proditorio attacco ai danni della Libia. Tutto ciò è andato ad alimentare la leggenda nera – ahimé molto veridica – dell’Italia fellona, inaffidabile e incline al tradimento.
In secondo luogo, ha speso milioni di euro per condurre i bombardamenti contro la Libia e per gestire l’emergenza profughi, o per aiuti umanitari di varia natura.
In terzo luogo, anche nel caso piuttosto remoto che l’ENI mantenga davvero il ruolo di preponderanza che aveva in Libia, come garantisce Frattini, rimane il fatto che il flusso di petrolio e gas dal paese nordafricano non potrà recuperare i livelli precedenti prima di molti anni.
Inoltre, i contratti petroliferi dell’ENI rappresentano solo uno degli elementi di cooperazione economica precedentemente in atto tra Italia e Libia. In particolare, numerose imprese italiane – spesso PMI – ricevevano le commesse della Jamahiriya: inoltre, una parte consistente dei suoi petrodollari (quasi 10 miliardi) era investita nel nostro paese. Sicuramente gl’investimenti esteri libici si sposteranno ancor più decisamente verso la Francia e il mondo anglosassone, e le commesse della ricostruzione post-bellica saranno affidate alle imprese di questi altri paesi, non a quelle italiane.
Infine, in un’ottica strategica, un paese che si trovava nella nostra “sfera d’influenza” sta spostandosi  verso quella francese, indebolendo il peso dell’Italia nel Mediterraneo.
PL: Gli storici delle relazioni internazionali rintracciano nella storia moderna del nostro paese tre “cerchi” di politica estera, o meglio due campi d’azione tradizionali ai quali dopo la Seconda Guerra Mondiale se n’è aggiunto un terzo per effetto dell’integrazione europea. Ai consueti spazi “balcanico” e “mediterraneo” si è aggiunto quello propriamente europeo. Come in un gioco di scatole cinesi però a monte di tutto ciò si trova l’altrettanto tradizionale “fedeltà atlantica” legata alla partecipazione alla NATO. I tre cerchi più l’opzione atlantica lungi dal formare un tutt’uno osmotico sembrano più che altro costituire una piramide.
Fuor di metafora, l’Italia ha scelto di imbarcarsi nell’avventura libica, venendo meno ad impegni bilaterali precedenti e scommettendo sul futuro. Nel 2008 l’attuale Premier italiano volava a Bengasi per firmare il Trattto di Amicizia, Partenariato e Cooperazione. A ben vedere però i semi di quel patto risalgono a ben 10 anni prima, quando Lamberto Dini, allora Ministro degli affari esteri, siglò un primo step. L’ENI poi ha sempre avuto un ruolo di primo piano nello sfruttamento dei giacimenti petroliferi libici e per converso Tripoli ha posseduto investimenti nella FIAT. Sul versante politico, i due paesi si erano concentrati sulla cooperazione a prevenzione dell’immigrazione illegale (2000) e anti-terrorismo (2002), spianando la strada a quel quadro di “special and privileged relationship” secondo la dicitura ufficiale rimarcata dal Trattato di Amicizia del 2008. Tuttavia, come hanno mostrato i giuristi internazionalisti, quel testo non ha mai avuto la pretesa di fissare norme di “non aggressione” nonostante le clausole che impedivano, reciprocamente, la conduzione di atti ostili a violazione della sovranità territoriale. Ecco dunque perché la diplomazia romana ha potuto inscrivere questo trattato nel cerchio atlantico, senza creare incompatibilità. Finanche gli impegni economici stipulati dal medesimo trattato sono stati talmente onerosi da poter venire giustificati solo alla luce di un rapporto di amicizia sedimentato: l’Italia si impegnava a costruire infrastrutture di base per un valore di 5 miliardi di dollari, ottenendo in cambio sgravi fiscali per le imprese italiane operanti in Libia.
Stando a quanto annunciato nei mesi scorsi, nonostante il regime change il governo italiano considera il Trattato ancora in vigore e quindi si ritiene che, normalizzato il paese, gli impegni contenuti in esso verranno onorati. Bisognerà, anche in questo caso, attendere la fine delle ostilità per comprendere appieno le implicazioni di una mossa, quella italiana, che tutto è apparsa tranne che decisa in autonomia.

giovedì 22 settembre 2011

P. Buttafuoco recensisce “Capire le rivolte arabe” su “Panorama”

Fonte: Panorama, 28 settembre 2011, anno XLIX n. 40 (2368), pag.142.

A pochi passi da casa nostra si sta facendo la storia. Capire le rivolte arabe non è solo un imperativo che ci riguarda, ma anche il titolo di un libro proprio necessario. È quello di Pietro Longo e Daniele Scalea, due studiosi orientalisti e non due generici “analisti” improvvisati, quelli che dai giornali ancora prima di verificare notizie e accadimenti fanno da mosche cocchiere alla xenofobia e all’islamofobia.
Quello che sta succedendo vicino a noi, dal Bahrain alla Libia, viene spiegato incrociando dati, cifre, verifiche economiche e, ovviamente, illustrando le specificità culturali di un mondo che non è speculare rispetto ai pregiudizi che ci siamo costruiti.
È dunque un lavoro neutrale per come può essere considerato tale una ricerca scientifica.
Particolarmente interessanti i capitoli sugli scenari futuri.
È edito dall’Istituto di alti studi in geopolitica e scienze ausiliarie, e non si tratta di esercitazioni scritte sull’acqua ma di una fotografia presa dal vero.

Pietrangelo Buttafuoco

martedì 20 settembre 2011

Video della conferenza di Brescia

Un ringraziamento a tutti i 50 (circa) presenti alla conferenza di Brescia con Daniele Scalea!
Per chi non c'era, ecco la registrazione:

venerdì 9 settembre 2011

Brescia 17 settembre: la sede della conferenza

Ricordiamo nuovamente che la conferenza di Brescia si svolgerà presso il Best Western Hotel Master.
Tutte le informazioni sul sito dell'albergo:

http://www.hotelmaster.net/

mercoledì 7 settembre 2011

Conferenza con D. Scalea sabato 17 settembre a Brescia

Si terrà sabato 17 settembre 2011 (ore 15.30) a Brescia, presso il Best Western Hotel Master di Via Luigi Apollonio 72, la conferenza “Dopo le rivolte arabe: il nuovo Mediterraneo”.
Interverranno come relatori: Tiberio Graziani (presidente dell’IsAG e direttore di “Eurasia”), Daniele Scalea (segretario scientifico dell’IsAG e redattore di “Eurasia”, co-autore di Capire le rivolte arabe), Aldo Braccio (redattore di “Eurasia”, autore di Turchia, ponte d’Eurasia) e Stefano Vernole (redattore di “Eurasia”).
L’organizzazione è a cura dell’associazione “Nuove Idee” e dell’Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie (IsAG).
L’evento rientra nel Ciclo 2011-2012 dei Seminari di Eurasia.

venerdì 26 agosto 2011

Daniele Scalea: “In Libia la guerra proseguirà ancora a lungo”

Libia :::: ASI / Fabio Polese :::: 25 agosto, 2011 :::: Email This Post   Print This Post
Daniele Scalea: “In Libia la guerra proseguirà ancora a lungo”
Fonte: “Agenzia Stampa Italia

In Libia la guerra proseguirà ancora a lungo”

Fabio Polese intervista Daniele Scalea
(ASI) Agenzia Stampa Italia ha incontrato Daniele Scalea, segretario scientifico dell’Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie (IsAG), redattore della rivista di studi geopolitici Eurasia, autore de “La Sfida Totale” e co-autore, insieme a Pietro Longo, di “Capire le rivolte arabe”.

E’ sempre più difficile ottenere notizie indipendenti su quello che sta succedendo in Libia. I media mainstream rimbalzano la notizia di una Libia liberata dal Rais Muhammar Gheddafi. Cosa sta succedendo e chi c’è dietro questa rivolta?

Sta succedendo che, dopo l’assassinio del generale Younes (comandante militare del CNT) da parte degli estremisti islamici, il fronte dei ribelli si è spezzato. La NATO, nel timore che la missione si concludesse con un clamoroso insuccesso, ha preso in mano la situazione e, con l’ausilio di ribelli islamisti in loco ma principalmente servendosi delle sue forze speciali, di mercenari stranieri e d’intensissimi bombardamenti aerei, è riuscita a conquistare Tripoli. I governativi hanno opposto una fiera resistenza, ma ormai appaiono quasi completamente debellati nella capitale.
Tuttavia, ritengo che la situazione in Libia sia ben lungi dal potersi considerare stabilizzata. La guerra, a mio giudizio, proseguirà ancora a lungo, sebbene i media occidentali la proporranno da oggi in poi come “lotta al terrorismo” o qualcosa di simile. Il punto è che i vertici del Governo libico sono stati scacciati da Tripoli, ma non eliminati. Ed allo stato attuale possono contare ancora sul controllo di molte città e l’appoggio della maggior parte delle tribù. Certo possibili mediazioni e corruzioni potrebbero far deporre le armi ai lealisti, ma bisogna rendersi conto che, dopo Gheddafi, il quadro libico risulterà ancor più frastagliato e confuso. Lui è l’elemento di stabilità nel paese, ed il CNT è ancora un’entità poco rappresentativa e che riunisce componenti molto, troppo eterogenee al suo interno (dagli ex affiliati a Al Qaeda ai liberali espatriati negli USA). Inoltre, il ruolo decisivo delle truppe straniere nella vittoria della battaglia di Tripoli (ed eventualmente della guerra civile) non farà che ridurne il prestigio presso la popolazione ed i capitribù.
La caduta di Tripoli, in realtà, aumenta il rischio di fare della Libia una nuova Somalia. La soluzione negoziale che sembrava stesse uscendo dagl’incontri di Djerba avrebbe garantito un futuro migliore tanto al paese quanto alla regione mediterranea. Ma, evidentemente, non è questo l’obiettivo dell’alleanza atlantica.
Ieri per la prima volta fonti della difesa britannica hanno confermato che uomini dei S.A.S. – i corpi d’elite britannici – sono da settimane in Libia dove hanno avuto un ruolo chiave nella presa di Tripoli. Cosa potrebbe succedere nel “dopo regime”? Verrà inviata una missione di peacekeeping internazionale o il mantenimento della sicurezza verrà affidato al Consiglio di Transizione Nazionale libico?
Le truppe straniere – atlantiche e delle monarchie arabe – sono già nel paese, e dunque non se ne andranno. Il CNT, per quanto visto finora, non è in grado di assumersi l’onere di stabilizzare il paese. Credo che l’invasione di Tripoli abbia segnato una svolta nella guerra di Libia: la sua trasformazione in una vera e propria invasione ed occupazione straniera del paese. Anche se, ovviamente, le parti in causa eviteranno di chiamarla per il suo vero nome. Minimizzeranno il ruolo dei soldati stranieri nel conflitto, e non parleranno più di guerra, ma di lotta del nuovo governo (plausibilmente un governo fantoccio degli occupanti) contro i resti del passato regime per pacificare il paese.
Il portavoce del ministero degli esteri cinese ha dichiarato: “Sappiamo dei recenti cambiamenti nella situazione libica e chiediamo il rispetto della scelta del popolo della Libia. La Cina è pronta a cooperare con la comunità internazionale per giocare un ruolo attivo nella ricostruzione della Libia”. Che ruolo potrebbe avere la Cina – sempre attenta alle vicende globali – nel post Gheddafi?
La Cina si comporta sempre allo stesso modo: non rifiuta il dialogo con nessuno, non ingerisce negli affari interni di nessuno. A Pechino sarebbe stata bene la permanenza al potere di Gheddafi; ora sta bene l’insediarsi del CNT. Il suo unico interesse è tornare a commerciare al più presto con la Libia, convinta che l’amicizia del paese nordafricano s’otterrà coi rapporti economici e finanziari.
Fra pochi giorni ricorre l’anniversario della firma del trattato di amicizia Italia-Libia. Il trattato è stato sospeso unilateralmente e l’Italia ha preso parte all’attacco militare della NATO. Quali effetti economici e strategici ha portato e porterà per l’Italia questo cambiamento?
In questo momento il ministro Frattini, tra i principali artefici dell’intervento italiano contro la Libia, sta godendosi il suo momento di gloria: alla fine la fazione scelta pare abbia vinto la guerra, e promette di non rivedere in negativo i rapporti con l’Italia. Il fatto che tali risultati si siano ottenuti con un plateale ed indecoroso voltafaccia e tradimento, basterebbe già da solo ad invitare a non fregarsi troppo le mani. Ma il gongolare è ancor più ingiustificato perché, purtroppo per Frattini e per l’Italia, difficilmente i suoi sogni si realizzeranno. La Libia rimarrà a lungo instabile, in preda a scontri intestini. Il flusso di petrolio e gas riprenderà ma in maniera meno regolare che in passato. E gli architetti della guerra e del cambio di regime – Gran Bretagna, Francia e USA – non lasceranno certo che l’Italia continui a godersi la fetta più grossa della torta libica.
Contemporaneamente a quello che sta accadendo in Libia si è parlato spesso della situazione in Siria. Nei telegiornali scorrono esclusivamente le immagini di quella che, dagli occidentali, è stata chiamata “rivoluzione siriana”. Secondo lei, è vicina una risoluzione ONU contro il governo di Bashar al-Assad? E come potrebbe reagire la Russia che ha l’unica base militare nel Mediterraneo proprio in Siria?

Questa è una previsione molto più difficile da fare, poiché vi sono segnali contrastanti. Da un lato, il successo finale (o percepito tale) dell’attacco alla Libia potrebbe suggerire alla NATO di ripetere l’esperimento in Siria. D’altro canto, la Libia potrebbe trasformarsi in un grattacapo ancora maggiore, e di lunga durata, se come ho ipotizzato le truppe straniere dovessero stabilirvisi per pacificarla (ecco perché il ministro La Russa ha auspicato lo stanziamento di soldati africani e arabi, anziché europei e nordamericani). Inoltre, in Siria sembra apparentemente passato il momento peggiore per il governo: ha concesso riforme importanti, gode dell’appoggio della maggioranza della popolazione (perché anche il grosso dell’opposizione è ostile alla lotta armata ed all’intervento straniero), è riuscita a reprimere le insurrezioni armate, per quanto permangano ancora focolai di violenza, spesso alimentati da oltreconfine. Le monarchie autocratiche del Golfo faranno pressione per un intervento della NATO in Siria, perché sperano di instaurare – come in Libia – una nuova monarchia islamista, e di sottrarre un alleato all’Iran. La Russia, a rigor di logica, dovrebbe opporsi ad un nuovo tentativo d’erodere la sua influenza nel mondo, ma l’atteggiamento arrendevole l’ha già portata a piegarsi più volte, soprattutto quando la posta in palio si trovava al di fuori dello spazio post-sovietico.

giovedì 21 luglio 2011

Il mondo arabo e le rivolte: eterogeneità e complessità

La sera di venerdì 8 luglio si è tenuta presso il Centro Culturale Italo-Arabo “Dar Al Hikma” la conferenza “Capire le rivolte arabe”, organizzata dall’IsAG nell’ambito del Ciclo 2010-2011 dei Seminari di Eurasia. Sono intervenuti come relatori Daniele Scalea (segretario scientifico IsAG e co-autore del libro Capire le rivolte arabe), Enrico Galoppini (redattore di “Eurasia”) e Giovanni Andriolo (ricercatore IsAG). Si riporta di seguito la trascrizione del suo intervento.


Capire le rivolte arabe è un proposito ambizioso.
Ed è un proposito così ambizioso poiché per capire le rivolte arabe è necessario un requisito fondamentale: l’aver capito i paesi arabi.
Le rivolte arabe infatti esplodono nel 2011, ma in realtà esse nascono nei decenni precedenti, nascono nei decenni precedenti i fenomeni e le dinamiche che danno origine oggi alle rivolte arabe.

Da quando le rivolte arabe sono scoppiate, i mezzi di informazione hanno viaggiato su due binari: alcuni, hanno enfatizzato il carattere eroico e quasi romanzesco delle rivolte, dipingendole come movimenti popolari spontanei che attraverso l’autorganizzazione e l’uso di mezzi tecnologici (twitter?) hanno rovesciato o stanno rovesciando i regimi tirannici che da decenni li opprimono.

Un altro filone battuto dalla maggior parte dei canali d’informazione ha seguito la linea della diffusione di notizie esagerate di proposito, dai caratteri grotteschi, in modo tale da favorire una clima di opinione pubblica favorevole alle rivolte e ai rovesciamenti di regime. (Un esempio, la notizia della pratica, da parte degli ufficiali di Gheddafi, di distribuire alle truppe dosi di Viagra, in modo tale da risvegliare gli istinti dei combattenti e spingerli ad effettuare stupri punitivi sulla popolazione femminile degli insorti.) Su questo punto, anche giornali arabi molto noti hanno le proprie responsabilità.

Alla luce di tutto questo, occorre fare ordine sulla questione, e soprattutto, occorre approcciare l’analisi delle rivolte arabe attraverso due filtri importantissimi.
Per cominciare, occorre avere ben chiara in mente la nozione di paesi arabi, prima di parlare delle rivolte arabe.
I paesi arabi infatti non sono, come spesso i mezzi d’informazione o alcuni analisti sottintendono, un blocco unico, omogeneo. Al contrario, l’insieme dei paesi arabi costituisce un micro (macro) cosmo dai confini e dalle caratteristiche inquadrabili e definibili a fatica.
Convenzionalmente, i paesi arabi sono ventidue, distesi su due continenti e su almeno tre regioni del mondo. Sono accomunati da una lingua quasi comune, da maggioranza di popolazione aderente ad un credo religioso, l’Islam, ma con fortissimi frazionamenti al suo interno, e dalla condivisione, almeno teorica o di facciata, di alcune cause comuni (la più importante, la liberazione della Palestina). Di contro, le differenze sono molte, e sono di tipo storico, culturale, climatico e ambientale, economico, talvolta linguistico.
Le società dei paesi arabi sono diverse da paese a paese, hanno composizioni differenti, sono plasmate su esperienze storiche e culturali in alcuni casi profondamente differenti.
Ne deriva che le rivolte che in diversi di questi paesi stanno infuriando o si sono già consumate nell’anno in corso, possono essere difficilmente accomunate, se non raggruppandole per semplicità di analisi con un aggettivo, “arabe”, che diventa quasi arbitrario come arbitraria può essere considerata la definizione di “paesi arabi”. Per questo motivo, risulta difficile, impossibile, capire adeguatamente le rivolte arabe senza scinderle l’una dall’altra, senza premettere che si tratta di un insieme di rivolte, ognuna nata da caratteristiche intrinseche del paese in cui si svolge, ognuna comprensibile soltanto se inquadrata nel suo proprio contesto politico sociale.

Ad un secondo livello di lettura, poi, capire i paesi arabi, e conseguentemente le rivolte arabe, presuppone di avere ben chiaro anche quale sia l’intreccio di legami, influssi, dinamiche che operano all’interno dei singoli paesi ancor prima che le rivolte nascano, e come questi influenzino non soltanto la vita di ogni singolo paese arabo, ma anche il nascere (o il non nascere) di eventi critici come una rivolta. Bisogna inoltre aver chiaro per ogni paese come le dinamiche interne si svolgano in accordo con l’insieme di interessi e ambizioni che forze esterne fanno valere e pesare nel contesto dei singoli stati. Bisogna aver chiaro, in ultima analisi, quale ruolo ogni singolo paese arabo giochi all’interno dello scacchiere geopolitico globale, e di come il nascere o il non nascere di una rivolta, così come le caratteristiche che la plasmano, possa mutare questo ruolo e, di conseguenza, l’intero sistema del micro (o macro) cosmo arabo.
In questo senso, può essere utile individuare dei gruppi di paesi a seconda del posizionamento che ognuno di essi ha assunto a livello internazionale, nei confronti delle maggiori potenze globali, in primis gli Stati Uniti e il sistema NATO da questi diretto. L’allineamento o il disallineamento con un tale sistema finora dominante caratterizza e plasma indubbiamente il ruolo che i singoli paesi detengono a livello globale, la loro fama internazionale, i loro governanti, i loro interscambi commerciali e la loro economia.
La divisione del mondo in paesi buoni e cattivi, i cosiddetti “Stati canaglia”, espressione coniata negli Stati Uniti, e in uso da più di trent’anni, indica in ultima analisi questo: una suddivisione arbitraria dei paesi arabi (e non solo) a seconda del loro grado di allineamento con le potenze euroatlantiche dominanti.
Pertanto, le rivolte arabe assumono motivazioni e significati totalmente diversi a seconda dell’allineamento dei singoli paesi precedente alla rivolta stessa.

Così in Tunisia, il regime di Ben Ali, voluto e sostenuto dal sistema euroatlantico (e in cui l’Italia ha giocato a suo tempo un ruolo fondamentale), non è riuscito a resistere al malcontento della popolazione, sempre più spossata da disoccupazione e crescenti costi dei generi alimentari di prima necessità.

In Egitto la situazione è più complessa. L’Egitto era una pedina fondamentale nel sistema di sicurezza edificato dagli Stati Uniti nell’area. Il Rais Mubarak, definito spesso il “Faraone”, metafora che rende bene l’idea sia degli smisurati poteri che egli esercitava sia della vetustà del suo governo, era tra i buoni, e dai buoni riceveva miliardi di dollari l’anno per mantenere in piedi l’apparato militare che dal 1952, anno della rivolta dei Generali Liberi, detiene di fatto il potere nel paese. Le proteste in Egitto, da qualunque fonte abbiano tratto origine, hanno suggerito all’entourage militare, aiutato nella decisione dall’Amministrazione Obama, la soluzione di una transizione pacifica: cambiare poco affinché non cambi nulla. In attesa delle elezioni presidenziali di settembre, il potere è ancora saldamente in mano ai generali, gli stessi che avevano favorito, trent’anni fa, la salita al potere del “Faraone” e gli stessi che, probabilmente, agevoleranno l’elezione di un nuovo “buono” con cui perpetrare il proprio potere.

In Libia invece la situazione è totalmente diversa. La rivolta infatti non ha carattere popolare (o non pretende di dimostrarsi tale) come in Egitto e Tunisia, ma si innesta nelle dinamiche locali di un frazionamento regionale non ancora superato. Le due facce della Libia, la Tripolitania e la Cirenaica, non sono mai state, malgrado gli sforzi del governo libico, un solo paese. Su questo solco, su questa spaccatura si insinua la radice del caso libico. Inoltre, la presenza pluridecennale sulla scena di un personaggio controverso come Muammar Gheddafi non può che complicare un simile scenario. Gheddafi, da sempre, è tra i cattivi. Gheddafi è un personaggio scomodo, sia per le potenze euroatlantiche sia per i paesi arabi loro alleati. Indipendente da tutti, smanioso di potenza, forte degli introiti garantiti dalle risorse naturali di cui il suo paese è ricco, Gheddafi resta al potere per quarant’anni senza mai piegarsi al volere euroatlantico. Nessuna occasione migliore, per il sistema dei buoni, di un’ondata di rivolte su tutta la regione per fomentare i movimenti indipendentisti della Cirenaica alla ribellione. E quando questi si dovessero trovare in difficoltà di fronte alla strenua resistenza del Colonnello, ecco in soccorso il sistema, con campagne mediatiche, minacce e tanto di risoluzioni ONU a giustificare internazionalmente un intervento diretto. Perché, a ben vedere, l’intervento diretto si è avuto contro una persona, Gheddafi, che non poteva essere convinto dal sistema a mollare, come Mubarak e Ben Ali, e la cui successione, soprattutto, non poteva essere stabilita dal sistema stesso, come in Egitto e in Tunisia.
In Libia, quindi, stiamo assistendo al tentativo, da parte del sistema dei buoni, di risolvere un problema, Gheddafi, che da quarant’anni incombe e di ottenere contemporaneamente il controllo su altre riserve di gas e petrolio, quelle libiche appunto.
Non bisogna certo dimenticare che i sistemi di Gheddafi sono stati negli ultimi decenni tutt’altro che democratici e non sanguinari, ma, a quanto sembra, nemmeno Ben Ali o Mubarak risultano esenti da simili critiche.

E per restare in tema, passando al versante asiatico del mondo arabo, si arriva alla Penisola Araba. L’Arabia Saudita costituisce il secondo pilastro su cui si basa (o si basava) il sistema di sicurezza euroatlantico nel Vicino Oriente. Dei buoni, insomma, i cui metodi di governo erano secondi, in quando a chiusura e repressione, soltanto all’Afghanistan dei Talebani. Con la caduta di questi, i Saud ottengono la prima posizione in questa speciale classifica. Eppure, il sistema euroatlantico non sembra particolarmente scandalizzato da questo notevole primato. Anche perché l’Arabia Saudita, oltre ad essere un buono, è pure un buono ricco, di risorse, di investimenti nei posti giusti, e di liquidità. Anche in Arabia Saudita, a marzo, ci sono state delle proteste. Questa volta, però, non di tipo popolare né regionalistico, bensì di tipo settario. La comunità sciita, minoranza all’interno del paese, ha effettuato alcune dimostrazioni in diverse città. La copertura mediatica internazionale degli eventi non è stata così capillare come avvenuto altrove, e le rivolte sembrano per il momento placate dagli apparati di sicurezza dei Saud. Non contenti di questi successi, i Saud hanno poi deciso di intervenire nel vicino Bahrein, un altro paese governato da buoni, dove la rivolta degli sciiti, qui maggioranza nel paese, contro il governo sunnita sembrava prendere piede. L’intervento dell’esercito saudita in Bahrein ha evitato il collasso della famiglia regnante, ma non ha certamente sopito gli animi. Eppure, la diffusione di filmati, che ritraevano le forze governative dal Bahrein abbattere a colpi d’arma da fuoco manifestanti disarmati, non ha generato lo stesso moto di sdegno, nel mondo euro atlantico, né lo stesso intervento delle Nazioni Unite.

L’Arabia Saudita, poi, si è impegnata nella composizione, tramite il GCC, della crisi yemenita. Qui, elementi di malcontento interno, così come le spinte al rovesciamento del governo di Saleh da parte delle diverse tribù che compongono questo frastagliato paese, hanno portato al dilagare di proteste e rivolte. Anche in questo caso, siamo sicuri che l’Arabia Saudita, divenuta una specie di NATO della Penisola Araba, saprà conservare lo status quo, anche qualora ci dovesse essere una transizione dei poteri.

Infine la Siria della famiglia Assad, un altro dei cattivi, uno “Stato canaglia” tra i più preoccupanti per il sistema euroatlantico. Con una duplice aggravante: da un lato la sua vicinanza politica con l’Iran, la “canaglia” per eccellenza, dall’altro lo stato di conflitto, nonché la vicinanza geografica, con lo Stato di Israele, e la presenza di ferite ancora aperte dai tempi della Guerra dei Sei Giorni (Alture del Golan). La Siria è un altro paese scomodo, al pari della Libia, ma, per sua fortuna, privo di preziose risorse naturali. L’origine delle rivolte in Siria ha aspetti non del tutto chiari, e le notizie che arrivano da Damasco sono tutt’altro che attendibili. Certamente, il regime degli Assad conta all’interno del paese diversi nemici, ma anche all’esterno le forze ostili sono capaci e determinate. Un quadro della situazione può essere solamente desunto dall’insieme di notizie e testimonianze che fuoriescono quotidianamente, e la verità può essere attualmente soltanto abbozzata attraverso la confutazione, quando le contraddizioni siano palesi, delle notizie diffuse dai mezzi d’informazione.

Si sono verificate rivolte e manifestazioni di diversa entità, nel 2011, anche in Marocco, Algeria, Oman, Kuwait, Giordania, Libano e Iraq, senza gravi conseguenze, ognuna con la sua storia e le sue motivazioni.

Nel frattempo, il Sudan sta affrontando una gravissima e sanguinosa crisi, che ha portato il paese alla definitiva divisione; in Somalia continua lo sforzo di stabilizzazione di un governo fragile contro i tentativi di colpo di stato da parte di gruppi di ispirazione religiosa fondamentalista; la Costa d’Avorio ha visto in questi mesi l’atroce recrudescenza di un conflitto civile che dura da dieci anni.
Eppure di questo non si è parlato più di tanto: i paesi africani non hanno ancora un ruolo importante sullo scacchiere globale.

E’ molto più facile invece parlare di rivolte arabe, esaltarne i caratteri eroici e libertari contro un sistema repressivo, molto spesso favorito dal sistema euroatlantico, che in Europa ci vantiamo di aver superato. Senza considerare, purtroppo, che i paesi arabi, come le rivolte arabe, non vanno giudicate con parametri europei. Piuttosto, le rivolte arabe vanno analizzate alla luce dei diversi contesti in cui i paesi arabi interessati si muovono. Le rivolte arabe, di qualunque natura esse siano, non cambieranno il mondo arabo, non lo renderanno più democratico o, peggio, più simile all’Europa: non potrebbero e non sarebbe giusto. Le rivolte arabe tuttavia, daranno uno scossone al sistema che fino al 2010 vigeva nell’area, e solo quando il fumo dei mortai si sarà abbassato, il mondo potrà vedere quali paesi hanno cambiato il proprio ruolo, o il proprio allineamento, e quali invece saranno rimasti nella posizione precedente.

Capire le rivolte arabe, si diceva, è un proposito ambizioso.
I nostri due autori, con questo libro, ci danno un grande aiuto in questo senso.

mercoledì 29 giugno 2011

“Capire le rivolte arabe”: l’8 luglio a Torino

Si terrà a Torino venerdì 8 luglio 2011, alle ore 21.15, la conferenza “Capire le rivolte arabe” presso il Centro Culturale Italo-Arabo “Dar Al Hikma” di Via Fiochetto 15. Interverranno come relatori: Daniele Scalea (segretario scientifico dell’IsAG, redattore di “Eurasia”, co-autore di Capire le rivolte arabe. Alle origini del fenomeno rivoluzionario), Enrico Galoppini (redattore di “Eurasia”, per anni ha insegnato Storia dei paesi islamici nelle università italiane), Giovanni Andriolo (ricercatore dell’IsAG).
L’organizzazione è a cura dell’Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie (IsAG), in collaborazione col Centro Culturale Italo-Arabo “Dar Al Hikma”. L’evento rientra nel Ciclo 2010-2011 dei Seminari di Eurasia.
L’ingresso è libero.

sabato 25 giugno 2011

Miliardi, intrallazzi e potere: è questa la webdemocrazia (di Adriano Scianca)

Fonte: “Il Secolo d’Italia

Gli originali si affidano a Viadeo, ASmallWorld, Ciprock, Formspring. I nostalgici si tengono Badoo, Netlog o, se sono di bocca buona, MySpace. I professionisti usano solo LinkedIn. Tutti gli altri, semplicemente, usano Facebook e Twitter. È la galassia dei social network, colonna portante di quel “sesto potere” incarnato da internet in tutte le sue ramificazioni.  “Società aperta” o “case chiuse”?
Per alcuni si tratta dell’incarnazione della popperiana “società aperta”. Per altri di uno strumento rivoluzionario contro gli ultimi dispotismi. La realtà è più prosaica. Anche chi, qualche mese fa, ha proposto di assegnare il Nobel per la pace al web, del resto, sembra non aver fatto i conti con la realtà. Il 12% (24.644.172) di tutti i siti web, infatti, è dedicato alla pornografia, così come il 35% di tutti i download effettuati da Internet, l’8% delle email (2,5 miliardi) e il 25% delle ricerche su un motore di ricerca. Ma anche al netto delle webdonnine allegre, resta da chiedersi perché internet dovrebbe essere interpretato come mezzo di diffusione della pace più di quanto non lo sia rispetto all’odio, alla guerra, al pregiudizio, visto che la stessa Al Qaeda non sembra digiuna di competenze informatiche.
I conti in tasca al web
Ma dicevamo dei social network. Loro sì, ci assicurano, sono vere palestre di democrazia. Eppure i professionisti dell’antiberlusconismo, in questi anni, ci hanno insegnato che democrazia e grandi concentrazioni di capitali, soprattutto da parte di chi si occupa di comunicazione, non vanno proprio d’accordo. I social network, tuttavia, non sono certe organizzazioni caritatevoli. Nel 2007 il fatturato della creazione di Mark Zuckerberg era stato stimato per 150 milioni di dollari. La cifra è raddoppiata nel 2008 (280-300 milioni) per duplicarsi ancora nel 2009 (600-700 milioni) e toccare 1,1 miliardi nel 2010. Quest’anno, invece, il social network supererà Yahoo come più grande venditore di pubblicità su internet negli Stati Uniti. Le entrate del portale, infatti, saliranno dell’80,9% a 2,19 miliardi di dollari, pari a una quota del 17,7% del mercato. Più staccato Twitter, che grazie alla pubblicità ha raccolto nel 2010 “solo” 50 milioni di dollari. In quest’anno, tuttavia, si prevede una crescita del 200% fino a quota 150 milioni di dollari, con proiezioni a 250 milioni di dollari per quel che riguarda il 2012. Sicuri che la nuova “società aperta” possa nascere da una simile macchina da soldi?
Chi è che ci guadagna?
Già: soldi, soldi, soldi. Nelle tasche di chi? Di Mark Elliott Zuckerberg, nel caso di Facebook. Nel 2008 Forbes lo ha nominato «il più giovane miliardario del mondo» (il ragazzo è nato nel 1984) grazie al suo patrimonio di 13,5 miliardi di dollari. La storia molto americana del self made man che ha sfondato grazie a una buona idea è già stata smontata dal film The social network, che ha mostrato una vicenda personale di avidità e sgomitate. Nel club degli investitori di Facebook, tuttavia, non figura ovviamente il solo Zuckerberg. Da qualche tempo, infatti, c’è anche Goldman Sachs, che ha messo sul piatto 450 milioni di dollari. Mica bruscolini. Da tempo, inoltre,Microsoft ha acquistato una quota dell’azienda pari all’1,6% del capitale per 240 milioni di dollari. E occhio ai russi: la Digital Sky Technologies, dell’oligarca Yuri Milner, detiene il 10% del pacchetto azionario di Facebook, ma ha le mani in pasta anche in Twitter e in Groupon. Milner, peraltro, è anche in affari con quel volpone di Mikhail Khodorkovsky, speculatore e già bestia nera di Vladimir Putin.
I social network e le rivolte arabe
Ok, si dirà. Dietro ci sono le solite cricche, ma la ratio dello strumento è indubbiamente “liberante” e antiautoritaria. Vedi le rivolte spontanee dei giovani del Maghreb, sollevatisi contro la tirannia anche grazie alla libera informazione della rete. E invece no. Pietro Longo e Daniele Scalea, nel loro Capire le rivolte arabe (Avatar, € 18,00, pp. 164), hanno ben mostrato che se i social network hanno avuto un peso scarso e quasi nullo nella mobilitazione di massa dei manifestanti (organizzata, anche se da noi non se n’è parlato, dai Fratelli musulmani), ciò non di meno hanno avuto qualche peso nella pianificazione a monte di una rivolta che tutto appare fuorché spontanea. Gli autori raccontano di come due sottosegretari del Dipartimento di Stato Usa, James K. Glassman e Jared Cohen, abbiano creato la Alliance of Youth Movements (Aym). Jared Cohen è oggi il direttore di “Google Ideas” e «al tempo dei disordini iraniani del 2009, quando ancora lavorava per il governo, fu lui – come rivelato dal New York Times – a contattare Jack Dorsey, fondatore di Twitter, per convincerlo a rimandare una manutenzione programmata e lasciare così quello strumento di coordinamento a disposizione dei manifestanti anti-Ahmadinejad. Jared Cohen ha confessato a Foreign Affairs di essersi trovato in Egitto durante le agitazioni che hanno portato alla deposizione del presidente Mubarak. Tra i co-fondatori dell’Aym, oltre a Cohen, ci sono anche Jason Liebman (ex dipendente di Google[...]) e Roman Tsunder di Access 360 Media [...]. A quella o alle successive riunioni dell’Aym hanno partecipato anche Dustin Moskowitz (co-fondatore di Facebook), Scott Heiferman (dirigente di MeetUp.com) e il già citato Jack Dorsey (fondatore di Twitter)». Ma in fondo era per una buona causa. O forse voi pensate male?

Adriano Scianca