mercoledì 29 giugno 2011

“Capire le rivolte arabe”: l’8 luglio a Torino

Si terrà a Torino venerdì 8 luglio 2011, alle ore 21.15, la conferenza “Capire le rivolte arabe” presso il Centro Culturale Italo-Arabo “Dar Al Hikma” di Via Fiochetto 15. Interverranno come relatori: Daniele Scalea (segretario scientifico dell’IsAG, redattore di “Eurasia”, co-autore di Capire le rivolte arabe. Alle origini del fenomeno rivoluzionario), Enrico Galoppini (redattore di “Eurasia”, per anni ha insegnato Storia dei paesi islamici nelle università italiane), Giovanni Andriolo (ricercatore dell’IsAG).
L’organizzazione è a cura dell’Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie (IsAG), in collaborazione col Centro Culturale Italo-Arabo “Dar Al Hikma”. L’evento rientra nel Ciclo 2010-2011 dei Seminari di Eurasia.
L’ingresso è libero.

sabato 25 giugno 2011

Miliardi, intrallazzi e potere: è questa la webdemocrazia (di Adriano Scianca)

Fonte: “Il Secolo d’Italia

Gli originali si affidano a Viadeo, ASmallWorld, Ciprock, Formspring. I nostalgici si tengono Badoo, Netlog o, se sono di bocca buona, MySpace. I professionisti usano solo LinkedIn. Tutti gli altri, semplicemente, usano Facebook e Twitter. È la galassia dei social network, colonna portante di quel “sesto potere” incarnato da internet in tutte le sue ramificazioni.  “Società aperta” o “case chiuse”?
Per alcuni si tratta dell’incarnazione della popperiana “società aperta”. Per altri di uno strumento rivoluzionario contro gli ultimi dispotismi. La realtà è più prosaica. Anche chi, qualche mese fa, ha proposto di assegnare il Nobel per la pace al web, del resto, sembra non aver fatto i conti con la realtà. Il 12% (24.644.172) di tutti i siti web, infatti, è dedicato alla pornografia, così come il 35% di tutti i download effettuati da Internet, l’8% delle email (2,5 miliardi) e il 25% delle ricerche su un motore di ricerca. Ma anche al netto delle webdonnine allegre, resta da chiedersi perché internet dovrebbe essere interpretato come mezzo di diffusione della pace più di quanto non lo sia rispetto all’odio, alla guerra, al pregiudizio, visto che la stessa Al Qaeda non sembra digiuna di competenze informatiche.
I conti in tasca al web
Ma dicevamo dei social network. Loro sì, ci assicurano, sono vere palestre di democrazia. Eppure i professionisti dell’antiberlusconismo, in questi anni, ci hanno insegnato che democrazia e grandi concentrazioni di capitali, soprattutto da parte di chi si occupa di comunicazione, non vanno proprio d’accordo. I social network, tuttavia, non sono certe organizzazioni caritatevoli. Nel 2007 il fatturato della creazione di Mark Zuckerberg era stato stimato per 150 milioni di dollari. La cifra è raddoppiata nel 2008 (280-300 milioni) per duplicarsi ancora nel 2009 (600-700 milioni) e toccare 1,1 miliardi nel 2010. Quest’anno, invece, il social network supererà Yahoo come più grande venditore di pubblicità su internet negli Stati Uniti. Le entrate del portale, infatti, saliranno dell’80,9% a 2,19 miliardi di dollari, pari a una quota del 17,7% del mercato. Più staccato Twitter, che grazie alla pubblicità ha raccolto nel 2010 “solo” 50 milioni di dollari. In quest’anno, tuttavia, si prevede una crescita del 200% fino a quota 150 milioni di dollari, con proiezioni a 250 milioni di dollari per quel che riguarda il 2012. Sicuri che la nuova “società aperta” possa nascere da una simile macchina da soldi?
Chi è che ci guadagna?
Già: soldi, soldi, soldi. Nelle tasche di chi? Di Mark Elliott Zuckerberg, nel caso di Facebook. Nel 2008 Forbes lo ha nominato «il più giovane miliardario del mondo» (il ragazzo è nato nel 1984) grazie al suo patrimonio di 13,5 miliardi di dollari. La storia molto americana del self made man che ha sfondato grazie a una buona idea è già stata smontata dal film The social network, che ha mostrato una vicenda personale di avidità e sgomitate. Nel club degli investitori di Facebook, tuttavia, non figura ovviamente il solo Zuckerberg. Da qualche tempo, infatti, c’è anche Goldman Sachs, che ha messo sul piatto 450 milioni di dollari. Mica bruscolini. Da tempo, inoltre,Microsoft ha acquistato una quota dell’azienda pari all’1,6% del capitale per 240 milioni di dollari. E occhio ai russi: la Digital Sky Technologies, dell’oligarca Yuri Milner, detiene il 10% del pacchetto azionario di Facebook, ma ha le mani in pasta anche in Twitter e in Groupon. Milner, peraltro, è anche in affari con quel volpone di Mikhail Khodorkovsky, speculatore e già bestia nera di Vladimir Putin.
I social network e le rivolte arabe
Ok, si dirà. Dietro ci sono le solite cricche, ma la ratio dello strumento è indubbiamente “liberante” e antiautoritaria. Vedi le rivolte spontanee dei giovani del Maghreb, sollevatisi contro la tirannia anche grazie alla libera informazione della rete. E invece no. Pietro Longo e Daniele Scalea, nel loro Capire le rivolte arabe (Avatar, € 18,00, pp. 164), hanno ben mostrato che se i social network hanno avuto un peso scarso e quasi nullo nella mobilitazione di massa dei manifestanti (organizzata, anche se da noi non se n’è parlato, dai Fratelli musulmani), ciò non di meno hanno avuto qualche peso nella pianificazione a monte di una rivolta che tutto appare fuorché spontanea. Gli autori raccontano di come due sottosegretari del Dipartimento di Stato Usa, James K. Glassman e Jared Cohen, abbiano creato la Alliance of Youth Movements (Aym). Jared Cohen è oggi il direttore di “Google Ideas” e «al tempo dei disordini iraniani del 2009, quando ancora lavorava per il governo, fu lui – come rivelato dal New York Times – a contattare Jack Dorsey, fondatore di Twitter, per convincerlo a rimandare una manutenzione programmata e lasciare così quello strumento di coordinamento a disposizione dei manifestanti anti-Ahmadinejad. Jared Cohen ha confessato a Foreign Affairs di essersi trovato in Egitto durante le agitazioni che hanno portato alla deposizione del presidente Mubarak. Tra i co-fondatori dell’Aym, oltre a Cohen, ci sono anche Jason Liebman (ex dipendente di Google[...]) e Roman Tsunder di Access 360 Media [...]. A quella o alle successive riunioni dell’Aym hanno partecipato anche Dustin Moskowitz (co-fondatore di Facebook), Scott Heiferman (dirigente di MeetUp.com) e il già citato Jack Dorsey (fondatore di Twitter)». Ma in fondo era per una buona causa. O forse voi pensate male?

Adriano Scianca

giovedì 23 giugno 2011

Rivoluzioni arabe: la parola agli esperti

Fonte: "Agenzia Stampa Italia"

(ASI) In questi mesi Agenzia Stampa Italia ha ovviamente dedicato ampio spazio alle rivolte scoppiate nel basso Mediterraneo offrendo spesso delle visioni molto diverse da quella ufficiali e politicamente corrette offerte dei media embedded. 

Questa volta per dare ai nostri lettori una visione ancora più precisa abbiamo incontrato due esperti di geopolitica: Daniele Scalea e Pietro Longo che proprio di recente hanno pubblicato, per le Edizioni Avatar, il saggio “Capire le rivolte arabe – Alle origini del fenomeno rivoluzionario”.
Ne è nata una piacevole chiacchierata che sicuramente aiuterà tutti a comprendere meglio cosa sta accadendo a due passi da casa nostra.

1)      Di recente avete pubblicato il saggio “Capire le rivolte arabe”. In merito a quello che i media embedded chiamano primavera araba effettivamente c’è molto da capire; secondo voi perché il malcontento di quell’area è nato proprio in questo determinato periodo?

Daniele Scalea: Ovviamente il malcontento non è nato in questo periodo, ma è il riflesso d'una situazione di crisi degli Stati arabi che va avanti ormai da decenni. I governi nazionalisti del dopoguerra non hanno avuto fortuna nel promuovere la modernizzazione economica dei loro paesi, rimasti ancorati – per quei fortunati che le possiedono – all'esportazione di materie prime. Non sono riusciti a realizzare l'unità panaraba, ma si sono accapigliati tra loro. Non hanno sconfitto il comune nemico, Israele, ma hanno finito col farci la pace dopo varie guerre perse. Di tante promesse è rimasta, quasi sempre, solo una realtà di arretratezza e autoritarismo cleptocratico, anche se ovviamente qualche governo potrebbe ben rivendicare di costituire l'eccezione, ed aver fatto il bene del proprio popolo. Ma è comunque questo il clima in cui l'Islam Politico – un fenomeno di cui si parla solo da pochi anni, ma che affonda le sue radici ad anni anteriori allo stesso nazionalismo panarabo – ha conquistato i cuori e le menti di molti arabi. E' probabile che oggi il cosiddetto “islamismo” sia l'ideologia più rappresentativa nella regione.
Perché questo malcontento di lungo periodo è esploso proprio all'inizio del 2011? Credo vi siano diversi fattori da tenere in conto. Il primo è quello, forse poco scientifico ma molto reale, del “caso”. Una rivolta è esplosa in Tunisia, ha avuto successo e tutte le opposizioni nel mondo arabo hanno pensato d'imitarla. Il secondo fattore è legato alla congiuntura economica internazionale: un panorama di crisi globale, la minore capacità dei paesi europei d'assorbire lo sfogo dell'emigrazione araba, e la speculazione che ha gonfiato il prezzo dei beni alimentari. Ciò ha reso economicamente insostenibili le condizioni di vita in molti paesi arabi. Il terzo fattore è quello inerente il grande gioco delle potenze mondiali. Alcune hanno soffiato sul fuoco della rivolta. Gli USA da anni parlano di “democratizzazione” del “Grande Medio Oriente”, anche se finora erano stati molto cauti proprio per timore di veder trionfare gl'islamisti. Ma nel frattempo hanno investito nelle “società civili” di quei paesi e vi hanno insinuato ONG e movimenti politici che sono stati tra i protagonisti della rivolta. Probabilmente, percependo l'insostenibilità delle dittature “laiche”, o “moderate”, come erroneamente si era solito chiamarle, Washington ha deciso di favorire l'ascesa dell'Islam Politico per ingraziarselo. Zbigniew Brzezinski aveva apertamente invitato a cavalcare la tigre del “global awakening”, senza lasciarsi intimidire dal suo carattere anti-statunitense.

Pietro Longo: Il malcontento nei paesi arabi ha radici molto più profonde ovviamente ed il fatto che le rivolte siano scoppiate in questo momento storico potrebbe benissimo essere casuale. Del resto movimenti di protesta in Bahrein o in altri paesi del Golfo, ma senza andare troppo lontano, anche in Giordania e in nord-africa, sono esplosi anche nell’anno precedente a questo anche se i media non ne hanno parlato. I regimi arabi sono catalogati da tutti gli istituti di ricerca (come Freedom House, con tutte le riserve del caso) come “non liberi”, ovvero come dei sistemi basati su forme più o meno sofisticate di autoritarianesimo. A proposito dell’Oman molti accademici hanno parlato di “sultanismo” a significare un modello politico basato su un rapporto diretto del leader con il popolo, quasi una sorta di paternalismo-populismo. Cosa implica questo? Implica che i governanti al potere (siano essi le dinastie del golfo o i Presidenti dei sistemi Repubblicani) amministrano i rispettivi territori come fossero dei possedimenti privati. Certo ci sono gradi diversi di inclusione e partecipazione politica e società più o meno aperte (non sono la stessa cosa l’Egitto e l’Oman ad esempio) ma il concetto alla base è la costante necessità di rinnovare la “legittimazione” agli occhi del popolo. I leader delle generazioni passate, si pensi a Nasser, riuscivano a rinnovare costantemente questo bisogno attraverso la mobilitazione delle masse e in questo l’ideologia giocava un ruolo fondamentale. Oggi gli autocrati non fanno più presa sulle masse e sono costretti a ricorrere ad espedienti di “democrazia difensiva” cioè a fare concessioni, lente e graduali, per ri-legittimarsi. Di tanto in tanto qualcosa può andare storto: le congiunture macro-economiche possono giocare a sfavore, gli eventi di politica estera e le relative scelte possono de-legittimare i governi dopo tanta fatica per ricostruire il consenso…ed è li che esplodono le rivolte….come abbiamo scritto nel saggio, le rivolte sono esplose in questo momento probabilmente per la fusione compresente di elementi endogeni ed elementi esogeni che le hanno rese possibili.


2)      In questi mesi pur di difendere la tesi degli interventisti abbiamo visto che i media hanno preso degli abbagli colossali; l’ultimo esempio in ordine di tempo il presunto rapimento di una fantomatica blogger siriana che in seguito si è scoperta essere un uomo, per giunta statunitense, che aveva inventato di sana pianta la vicenda. A vostro parere perché le “grandi democrazie occidentali” hanno tutto questo bisogno di ricorrere a simili menzogne se si muovono spinte da un bene superiore?

DS: La propaganda è probabilmente nata quando l'uomo ha cominciato a comunicare coi propri simili. Nella vita di tutti i giorni, capita che le persone raccontino ad amici, conoscenti o altri interlocutori una versione tendenziosa di un determinato fatto: nel loro piccolo stanno facendo “propaganda”. Gli Stati hanno a disposizione una grancassa mediatica assai superiore a quella d'una singola persona che chiacchiera col vicino. Le invenzioni degli ultimi secoli – stampa, telegrafo, radio, televisione, cinema, Internet ecc. - hanno decuplicato questa potenzialità. I media informativi si sono sviluppati parallelamente al declino dei tradizionali media sociali – fossero essi il gruppo parrocchiale, la corporazione di mestiere, la sezione di partito o la semplice piazza del villaggio. In una società sempre più atomizzata, i media informativi diventano l'interlocutore principale di tanti singoli scollegati tra loro, e finiscono per diventarne il tessuto connettivo. I media sono diventati la società, o quanto meno il tessuto sociale che lega gl'individui. Da questo rapporto esclusivo ed onnipervasivo deriva la loro potenza, la loro capacità senza precedenti di comunicare, ma anche manipolare, la realtà.
In tal modo, le minoranze organizzate che controllano i media hanno un vantaggio decisivo nella società, anche (anzi soprattutto) in quella democratica: ci si può ricollegare al discorso elitista di un secolo fa. Se si vuole riprendere il controllo della cosa pubblica, servono cittadini acculturati e ben informati – ossia, che si muovano autonomamente per cercare davvero quel sapere e quell'informazione che oggi vengono offerti a tutti, ma in maniera scadente o contraffatta. Tanto tempo fa il ceto operaio anelava alla cultura, perché riteneva che il sapere garantisse la promozione sociale, permettendo di comprendere ciò che accadeva nel mondo e quindi d'influire su di esso. Oggi che la parola “cultura” è troppo spesso abbinata a quella “industria”, e la parola “istruzione” a quella “pezzo di carta”, bisognerebbe davvero riscoprire il valore del sapere fine a se stesso, ossia fine al miglioramento dell'individuo e del cittadino.


3) Il primo paese ad essere interessato dai tumulti di popolo è stato l’Egitto. Lì il potere è passato nelle mani dei generali che adesso dovranno rinegoziare con i paesi del corno d’Africa e della zona centrorientale dell’Africa nuovi trattati sullo sfruttamento delle risorse idriche del Nilo, ed il tutto mentre Israele torna a chiedere le risorse del bacino del Sinai.
Il nuovo governo saprà farà gli interessi del Cairo o pur di essere ulteriormente legittimato agli occhi dell’occidente frà concessioni che potrebbero rivelarsi dannose per la società e l’economia egiziana?

DS: L'Egitto è in una fase di passaggio, è difficile capire cosa farà. Il suo atteggiamento è volutamente contraddittorio, perché deve tenere a bada sia le pressioni divergenti provenienti dalle potenze estere, sia il variegato quadro politico interno. Al di là dei residui sostenitori del Partito Nazionale Democratico mubarakiano, troviamo i resti dell'establishment (spesso proprio tra le fila dell'esercito) e poi il mosaico delle opposizioni: islamisti, nasseriani, cristiani copti, comunisti, liberali, sindacalisti e così via. Attualmente, mi pare che i Fratelli Musulmani – che a dispetto di quanto detto anche da taluni esperti nei mesi scorsi, è di gran lunga il movimento più rappresentativo in Egitto – abbiano stretto un accordo sottobanco coi militari, per gestire pacificamente la transizione, senza attriti tra loro, e tagliare fuori le altre anime della rivolta. I Fratelli Musulmani permangono così nel loro rapporto ambiguo col regime: principale forza d'opposizione a Mubarak e messi fuori legge, potevano però aprire ospedali, scuole ed altre istituzioni in giro per l'Egitto.

PL: L’Egitto in questo momento si trova in una delicata fase di transizione che difficilmente può venire anticipata e letta in modo profetico e corretto. Si può ipotizzare che dopo le proteste di massa di piazza Tahrir, il popolo egiziano otterrà le riforme che chiedeva ma è lecito domandarsi se “eliminato Mubarak, sia stato eliminato anche il Mubarakismo”. Mubarak ha raggiunto il potere dopo la “parentesi” di al-Sadat, parentesi dato che il suo governo è stato interrotto dal sua assassinio. Tuttavia in quello spazio di tempo il Presidente aveva trasformato l’Egitto portandolo al di fuori dal nasserismo, ad esempio liberalizzando l’economia con il processo di infitah talvolta adeguandosi al cosiddetto Washington Consensus. Cosa c’entra questo con la presente giunta? A mio modo di vedere siamo dinnanzi ad una situazione simile e dissimile rispetto proprio alla rivoluzione degli Ufficiali Liberi. Molte cose appaiono uguali addirittura, soprattutto il fatto che a governare in questo momento sono proprio uomini in divisa. Tuttavia i fatti di Piazza Tahrir non sono stati innescati dai militari ed a ben vedere nemmeno dalla controparte islamica rappresentata dalla nebulosa dei Fratelli Musulmani. La rivolta è stata probabilmente davvero una rivolta di piazza alla quale ha fatto seguito una abile “cavalcata” da parte di militari e dei movimenti islamici. Del resto l’Egitto di oggi non è più quello di Nasser…ha una società civile molto sviluppata e dinamica, numerosi partiti e movimenti di tutti i tipi: laici e meno laici, liberali e socialisti…sono presenti i movimenti femministi e quant’altro. Ciò detto la sensazione è che i militari da un lato ed i Fratelli Musulmani dall’altro stiano negoziando il nuovo assetto del paese, forse anche esautorando altre componenti. Faccio un esempio: la Dichiarazione Costituzionale che la giunta militare ha approvato come Costituzione interinale nei mesi scorsi è stata redatta da una assemblea di pochi uomini che non hanno avuto un mandato popolare cioè non sono stati eletti dal popolo. Morale della favola erano quasi tutti militari con una componente minoritaria di “religiosi”…e le altre anime della società? Certo si può argomentare che questa Costituzione è solo interinale e che quella che seguirà sarà più rappresentativa e democratica ma per il momento l’entusiasmo tipico di ogni sommovimento popolare sembra aver incontrato uno stallo: la giunta ha approvato delle riforme cosmetiche, di democrazia difensiva appunto (come l’aver alleggerito le clausole di eleggibilità del Presidente che Mubarak aveva ritagliato addosso a sé) ma  voler essere realisti, oggi in Egitto tutti i poteri sono in mano ad una giunta militare “auto poietica” cioè che si è legittimata da sola e da sola potrà decidere quando e se sciogliersi.

4)      Voi siete degli esperti di geopolitica. Potete spiegare ai lettori meno preparati su questo fronte come mai la regione araba è oggi diventata il centro del mondo?

DS: In Capire le rivolte arabe dedichiamo un intero capitolo all'importanza strategica odierna del Mediterraneo arabo, ed altri due alla sua collocazione geopolitica nella storia. Ma su questo tema ci si potrebbe scrivere un libro intero. Proviamo a sintetizzare all'estremo. Primo: la regione cosiddetta del “Medio Oriente” possiede più della metà delle riserve di petrolio mondiali ed un'ampia quota di quelle di gas. Secondo: ospita una delle strettoie strategiche fondamentali, ossia il Canale di Suez. Terzo: la debolezza delle entità statuali che la abitano rende la regione particolarmente esposta alle pressioni imperialiste esterne.
Aggiungo qualche altra osservazione. a) Il Vicino Oriente si trova a cavallo tra due aree affamate d'energia: l'Europa e l'Asia Orientale. Controllare le risorse del Vicino Oriente significa controllare indirettamente i paesi europei, l'India, il Giappone e la Cina. b) Il petrolio è la fonte energetica fondamentale nella nostra epoca, e finché resta agganciato al dollaro garantisce agli USA la possibilità di stampare carta moneta a corso forzoso (cioè con solo valore nominale) ottenendo in cambio dal resto del mondo beni tangibili e servizi reali. E' quella che Henry Liu ha definito, in maniera secondo me molto azzeccata, la “egemonia del dollaro”.

PL: La regione araba non è al centro del mondo. Il baricentro è oggi l’Asia centrale, meridionale e l’Oriente Estremo. Anzi il problema che affrontiamo in apertura del libro è proprio questo: la perduta centralità del Mediterraneo (e quindi dell’Africa e dell’Asia araba). Piuttosto la regione araba è sempre nell’occhio del ciclone, vuoi per le questioni legate al “terrorismo di matrice islamica”, vuoi per questioni legate al conflitto israelo-palestinese, vuoi per le issues di natura energetica ed in ultimo per l’ondata di democratizzazione, reale o presunta, che sta svolgendosi in questi mesi. Ma la geopolitica, come la fisica, non ammette i vuoti e quindi, diciamolo (dato che non è più o non è mai stato un mistero) anche le ingerenze esterne contribuiscono i paesi arabi a restare sempre al centro dell’arena internazionale.  

5)      Alcuni parlamentari statunitensi, sia repubblicani che democratici, hanno presentato una causa, presso il tribunale federale di Washington, contro il presidente Barak Obama in quanto, a loro dire, le operazioni militari in Libia sarebbero illegali non avendo ottenuto l’approvazione del Congresso. Come pensate finirà questa vicenda? La forma riuscirà a vincere sugli interessi della lobby delle armi e della missione di esportare democrazia oppure Obama ed i suoi riusciranno a trovare una scappatoia?

DS: Negli USA la politica estera non viene fatta a caso. Non è Obama a prendere le grandi decisioni, ma esse scaturiscono da una classe dirigente composita e numerosa, solo in parte formata da personaggi eletti o burocrati di professione. Ovviamente questa classe dirigente non è monolitica e possono esservi incomprensioni e divergenze d'opinione, ma essa ha comuni obiettivi strategici: tutelare gl'interessi dell'élite e, in subordine, quelli degli USA. Non credo che un tribunale di Washington potrà cambiare le decisioni uscite dalla Casa Bianca, perché esse non promanano da Obama, ma da un'intera classe dirigente di una superpotenza mondiale.

6)      Da tre mesi l’Italia sta combattendo contro l’ex alleato Gheddafi. Questo cosa comporterà a lungo termine nei rapporti economici e politici tra i due paesi, considerando che Tripoli è uno dei nostri principali partner economici nonché un fondamentale fornitore di energia?

DS: Di sicuro non si riproporrà una situazione così favorevole com'era quella prebellica, ossia di pochi mesi fa. Allora avevamo un paese vicino che ci riforniva di petrolio e gas, garantiva commesse alle nostre imprese, e reinvestiva i petrodollari nel nostro paese. Questa situazione ideale non ritornerà. Se dovesse vincere Tripoli, allora ci aspetta una piccola “guerra fredda” mediterranea tra Italia e Libia, dopo il nostro goffo e poco dignitoso voltafaccia. Se dovessero vincere i ribelli, Roma avrà rapporti diplomatici ed economici normali con le nuove autorità libiche, ma Francesi, Britannici, Statunitensi ed emirati del Golfo avranno sempre la precedenza rispetto a noi. Se invece dovesse permanere una situazione di stallo, dalla Libia raccoglieremo solo destabilizzazione ed ondate di profughi e migranti.

PL: L’Italia com’è noto ha, o forse ha avuto, con la Libia un rapporto privilegiato anche sulla base del trascorso neo-coloniale. Come del resto tutti i paesi europei nei confronti delle ex-colonie…diciamo che il mantenimento di rapporti cordiali, privi di rancore, è la norma. Del resto l’età del colonialismo si è chiusa da un pezzo ed i paesi della sponda sud sono adesso interlocutori a pieno titolo. Posta questa premessa, l’Italia nella sua tradizione geo-politica e di politica estera ha sempre avuto due campi di implicazione cioè l’area danubiano-balcanica e quella “mediterraneo-colonie”, che sono divenuti tre con il processo di integrazione europea. È normale che un paese guardi con occhio più attento a ciò che succede nei propri confini diretti. Con l’avvento del “terzo cerchio” quello appunto legato all’UE, l’Italia ha scelto di limitare la propria sovranità per fare parte di un consesso di paesi coi quali condividere questioni di varia natura, finanche di politica estera. La scelta italiana quindi si giustifica, com’è noto, in questo senso: se faccio parte di un club, i soci si aspettano da me un comportamento consono alle linee guida del club stesso. Queste scelte possono poi essere criticabili e oggetto di discussione ma la ratio che ha mosso la diplomazia romana è stata questa. Cosa cambierà nei rapporti con Tripoli? Per l’interessa nazionale, legato realisticamente all’approvvigionamento energetico in teoria nulla ma solo se il regime di Gheddafi verrà meno e sarà sostituito da quello dei ribelli cirenaici. Se ciò non dovesse accadere, beh ci troveremo dinnanzi ad un autocrate che per lungo tempo abbiamo considerato amico e al quale poi abbiamo voltato le spalle. Ma sono convinto che i decisori queste considerazioni le avranno fatte prima di decidere come muoversi.   

7)      Sempre rimanendo in tema di Libia, gli insorti, aiutati dai volenterosi paesi filo atlantici, stanno avanzando verso Tripoli, roccaforte di Gheddafi e del suo governo. La conclusione del conflitto appare però ancora lontana. A vostro parere è concreto il rischio di un nuovo pantano simile a quello iracheno? E quale futuro attende Gheddafi in caso di sconfitta?

DS: I paesi atlantici stanno rapidamente volgendosi verso un'escalation militare. L'impiego di elicotteri da guerra li avvicina sempre più all'intervento via terra, che del resto è già realtà tramite alcune operazioni di commandos e l'impiego di mercenari. Un coinvolgimento terrestre delle forze atlantiche potrebbe accelerare la fine del conflitto (o procrastinarlo suscitando una rivolta anticoloniale). In ogni caso, il vero nodo rimarrà la sistemazione post-bellica della Libia. A meno di una vittoria di Tripoli che ristabilisca lo status quo ante (che però abbiamo visto quanto essere fragile), al posto della Libia ci ritroveremo un coacervo di tribù, movimenti e potentati locali che sarà impossibile riamalgamare in maniera duratura. Lo spettro è quello d'una nuova Somalia in riva al Mediterraneo, ed a pochi chilometri dalle nostre coste.
PL: Il pantano iracheno è verosimile o inverosimile a seconda di ciò che si intende appunto per pantano. In Iraq il pantano fu duplice: per la popolazione che prese ad autodistruggersi in una guerra civile sulla quale soffiarono tra gli altri anche i militanti di al-Qa’ida e per gli occupanti della “willing cohalition” che si trovarono impreparati dinnanzi ad una situazione che non sapevano controllare (vi fu chi parlò di un secondo Viet Nam). In Libia manca uno dei due elementi cioè l’occupazione di terra da parte diciamo occidentale. Il pantano però può sempre verificarsi secondo la prima direttiva cioè l’esplosione della guerra civile. Anche qui però ci sono diverse difformità rispetto all’Iraq: in quest’ultimo caso si doveva considerare la frattura della società in almeno tre parti, sunniti, sciiti e curdi (oltre a strettissime minoranze di cristiani, sabei-mandei, siriaci ed altro). Quindi abbiamo assistito a lotte fratricide di sunniti contro sciiti, sunniti contro altri sunniti, curdi contro sunniti…..In Libia tutte queste minoranza non ci sono però è molto forte, forse più che in Iraq, il tribalismo ed il tribalismo è basato su un elemento che il “sociologo” maghrebino del 1400 Ibn Khaldun definì le “’asabiyyat” cioè lo spirito di corpo…il legame clanico indissolubile…Gheddafi, che non dispone certo di un esercito di proporzioni enormi, resiste a tutt’oggi proprio per questo sodalizio clanico a mio avviso e, certo, anche perché dinnanzi ha dei ribelli che si sono improvvisati combattenti.
Tornando al punto, in Iraq la partita si è conclusa con la formazione di una Repubblica Federale in cui l’unico membro della federazione oltre allo Stato centrale di Baghdad è la Regione del Kurdistan iracheno. In caso di vittoria dei ribelli, e sperando che la guerra civile non esploda, potrebbe essere plausibile immaginare un assetto del genere…cioè una federazione che dia libertà alle sue parti costituenti…tuttavia si deve anche capire qual è la logica sottesa a questa separazione se cioè agevolare la coesistenza pacifica delle varie fratture della società o se quella di voler rimodulare il paese soltanto come somma delle sue parti…quanto a Gheddafi in prima persona, chi può dirlo? Verrà processato probabilmente, come avvenne per Saddam Hussein. In quel caso sarà interessante vedere come agirà la giustizia internazionale.
  
8)      Iraq e Afghanistan sono stati resi democratici dalle bombe umanitarie a stelle e strisce; Libia, Egitto e Siria sembrano essere pronti ad abbracciare la democrazia nella sua accezione moderna a stelle e strisce, e l’Iran?
 DS: Credo che un attacco all'Iran da parte degli USA abbia perso un po' d'attualità. Nel 2012 avremo le elezioni presidenziali negli USA e nel 2013 in Iran. Sicuramente cambierà il presidente iraniano, visto che Ahmadinejad non può ricandidarsi, ed anche Obama corre grossi rischi di non essere riconfermato, malgrado l'eccezionale risultato d'immagine della presunta uccisione di Bin Laden. In Iràn la lotta interna alla classe dirigente si sta inasprendo. Anche se Rafsanjani e la “onda verde” paiono ormai fuori dai giochi, lo scontro si è ora spostato a dividere il presidente Ahmadinejad dalla guida suprema Ayat Allah Khamenei. La tensione, apparentemente insanabile, è tra il clero, che vuol mantenere la sua preminenza nel paese, ed i laici (nel senso non di laicisti, ma di esterni al clero) che sembrano cominciare ad essere un po' insofferenti di questa tutela troppo stretta delle autorità religiose. La diatriba tra il chierico Rafsanjani (la vera “eminenza grigia” dietro a tutto il fenomeno della “onda verde”) ed il laico Ahmadinejad si ripropone, dopo l'uscita di scena del primo, con Khamenei, che ha dalla sua una popolarità assai più forte di Rafsanjani ed una carica ben più autorevole. Anche Ahmadinejad è molto popolare in Iràn, e per giunta può contare su un buon momento dell'economia del paese, riconosciuto persino dal Fondo Monetario Internazionale che ha lodato le riforme del Governo iraniano.
La mia opinione è che gli USA vogliano restare a guardare come evolve la situazione in Iràn e, se nel 2013 dovesse emergere un presidente più collaborativo, cercare un accomodamento. Come al solito potrebbe sparigliare le carte Israele, ma molto dipende dalle reali previsioni sulle capacità nucleari iraniane. Le previsioni a disposizione dei decisori strategici a Washington e Tel Aviv sono certamente diverse da quelle che vengono rese pubbliche. Se Israele ritenesse che l'Iran sia prossimo allo sviluppo di armi atomiche, o quanto meno ad acquisire le capacità necessarie per procedere a tale sviluppo, potrebbe attaccare unilateralmente, con incursioni aeree sul modello di quanto fatto contro la Siria pochi anni fa. Il caos provocato dalle rivolte arabe potrebbe essere la cornice ideale, perché i paesi della regione hanno troppi problemi interni per preoccuparsi di quanto avviene tra Israele e Iràn.

PL: L’Iran per il momento è uscito dalla scena…nel senso che se ne parla meno rispetto a qualche tempo fa quando la madre di tutte le questioni sembrava essere la sua nuclearizzazione. In Iran la rivolta dell’onda verde non ha attecchito e non ha prodotto risultati. Forse perché il regime riesce a produrre ancora quella mobilitazione popolare cui si accennava prima, grazie al connubio dell’elemento religioso (il principio della Wilayat al-Faqih) e quello, chiamiamolo, temporale rappresentato dal Presidente e dal suo establishment. A mio avviso due sono i paesi islamici che nel prossimo futuro giocheranno un ruolo di potenza regionale ed ambedue non sono paesi arabi: Turchia e proprio Iran. La domanda è capire se essi due potranno avere un ruolo attrattivo nei confronti dei vicini arabi e, in caso di risposta affermativa, di che natura…per meglio dire Turchia e Iran, accantonate le divergenze di sempre, condividono i medesimi obiettivi se vogliamo revisionisti? E se si, sono pronti ad assumersi a pieno titolo il ruolo di leadership di quella che Huntington chiamò la “civiltà islamica”? 



Daniele Scalea è nato a Cannobio nel 1985; attualmente è segretario scientifico dell'Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie (IsAG) e redattore di "Eurasia - Rivista di studi geopolitici" fin dalla sua nascita. Laureato in Scienze storiche all'Università degli Studi di Milano, è autore de La sfida totale. Equilibri e strategie nel grande gioco delle potenze mondiali (Fuoco, Roma 2010).  

Pietro Longo è nato a Palermo nel 1984. Laureato in Relazioni Internazionali presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università di Napoli l'Orientale. Attualmente Dottorando in Studi sul Vicino Oriente e Maghreb presso il medesimo istituto dove si occupa di Diritto Islamico e nello specifico di Costituzionalismo Islamico.
Tra i suoi interessi vi sono anche la Geopolitica del Vicino Oriente e le Relazioni Internazionali. In merito a queste tematiche ha collaborato con Equilibri.net e dal 2010 con Eurasia, Rivista di Studi Geopolitici.

lunedì 20 giugno 2011

Recensione di Chiara Felli

Fonte: "Eurasia"

Tutto ha inizio il 17 dicembre 2010, quando il tunisino Mohamed Bouazizi, col suo gesto altamente simbolico, morire appiccandosi fuoco, ha innescato la miccia delle manifestazioni di piazza contro le angherie delle autorità. Quanto sta accadendo da allora in Nord Africa e nel Vicino Oriente non può che catturare, dunque, l’attenzione di chi non solo vuole comprendere l’evolversi dell’attuale scenario – evidentemente in fieri – quanto ciò che vi è dietro le “rivolte arabe”: il contesto geopolitico, il ruolo del “grande gioco” tra le potenze, le congiunture economiche globali, l’avanzata di diverse ideologie quali fattori essenziali per una comprensione più accurata. Questo compito viene facilitato dal libro Capire le rivolte arabe. Alle origini del fenomeno rivoluzionario, opera congiunta di Daniele Scalea e Piero Longo, rispettivamente segretario scientifico e ricercatore dell’IsAG e redattori entrambi della rivista Eurasia.
Il saggio si compone di 168 pagine e, arricchito da una serie di immagini e cartografie di Lorenzo Giovannini, si pone l’arduo obiettivo di scavare al fondo di un fenomeno sfaccettato i cui protagonisti si intrecciano in una rete fitta e dalle innumerevoli sfide. Lo fa attraverso un excursus diviso in tre parti: la prima, più generale, va ad indagare l’importanza geostrategica e il quadro socio-economico della regione mediterranea e vicinorientale riservando un occhio di riguardo alla strategia degli Stati Uniti quale potenza egemone che deve affrontare problemi di tenuta e stabilità della propria influenza. La seconda parte approfondisce gli aspetti più prettamente politici ed ideologici trattando della nascita del nazionalismo arabo e dell’avanzata dell’Islam politico, dedicando un ampio focus all’esperienza dei Fratelli Musulmani in Egitto. Da ultimo, la terza parte si sofferma sull’attualità e, in particolare, sui possibili scenari futuri, sulle strategie dei paesi dell’area e di quelli ad essa interessati, riconoscendo la difficoltà di inquadrare in modo definitivo una situazione così incandescente.
La lettura scorrevole permette di affrontare con agilità le parti più storiche e tecniche della trattazione, garantendo un’ottima comprensione del background che caratterizza l’area oggetto dell’analisi. In tal modo, si giunge alla vera indagine delle origini delle rivolte e del panorama che si prospetta avendo acquisito le informazioni essenziali che guidano il lettore verso il cuore del problema. L’opera è libera da intenti puramente giornalistici, di cronaca semplicistica o romanzata: è l’oggettività a farla da padrone, non lasciando alcuna considerazione al caso.
Di rilievo risulta l’esposizione della posizione degli Stati Uniti che, ab origine, vengono ritenuti dalla stampa mondiale quali registi assoluti dietro le turbolenze del mondo arabo. Bene, gli autori, pur sottolineando l’ambiguità dell’atteggiamento di Washington, che da un lato sostiene molti dei regimi dittatoriali della regione e dall’altro si è insinuata nelle opposizioni degli stessi, pongono l’accento su una combinazione di fattori endogeni ed esogeni alla base degli attuali eventi, non riconducibili dunque esclusivamente ad un colpo di Stato eterodiretto dagli Stati Uniti. Una tale valutazione rischierebbe, infatti, di sminuire il sostrato politico-ideologico che da secoli si è andato sviluppando nella regione. È l’endogenesi dei tumulti che il volume si propone di elevare a cardine della comprensione degli stessi. Ciò giustifica l’accuratezza, anche attraverso i numerosi grafici, dell’analisi delle condizioni socio-economiche delle popolazioni nordafricane e vicinorientali: crisi alimentare, povertà e sperequazione del reddito, disoccupazione. Sono questi tutti fattori che, indubbiamente, rientrano tra le cause delle rivolte. Eppure, la complessità di tale regione del mondo si esprime anche attraverso dati che spesso vengono riproposti superficialmente come onniespressivi delle ragioni che hanno foraggiato le manifestazioni di piazza. Così, scorrendo le pagine si scopre che, in realtà, non vi può essere una chiave di lettura univoca che rende difficoltà socio-economiche e riottosità popolare elementi legati a doppio filo. Questo perché vi sono altre variabili, forse più astratte ma non meno incisive, quelle che sottintendono la suggestiva questione della volontà e del consenso e che richiedono un’analisi delle storie e delle ideologie che pian piano si sono fatte strada in questi paesi.
L’intento di chi scrive non è certo quello di svelare, passo dopo passo, le trame della disamina di Scalea e Longo, ma di evidenziare le potenzialità di tale volume non solo per chi è avvezzo alla geopolitica ma anche per chi si approccia per la prima volta a tali tematiche. La semplicità della scrittura e la sua profonda accuratezza permettono di addentrarsi senza timori nella fitta rete di relazioni, evoluzioni, ideologie che fanno capolino capitolo dopo capitolo.
Ci sono in gioco gli interessi e la stabilità non solo di quei regimi che stanno subendo direttamente le proteste vivaci della popolazione ma anche degli altri paesi che guardano ad esse con un misto di timore e soddisfazione, perché, in fondo, nessuno può sentirsi esente dall’impatto e dalle conseguenze che ne deriveranno quando si compirà l’atto finale.
Ma cosa accadrà effettivamente? Gli scenari disegnati con estrema chiarezza nel volume lasciano intendere, ancora una volta, le mille sfaccettature delle rivolte e, dunque, la realtà complessa e variegata che il destino dell’Islam politico potrebbe segnare. Il cammino dei movimenti che in questi mesi stanno sconvolgendo gli assetti regionali del Nord Africa e del Vicino Oriente, così come quello degli Stati Uniti, in primis, e delle altre potenze internazionali, è in salita. Consistenti sono le difficoltà nel prevedere il quadro geopolitico e le relazioni interstatali che andranno ridisegnandosi col tempo. Il volume dei due redattori di Eurasia affronta questo difficile compito con grande professionalità e, siamo sicuri, dando spazio a scenari e prospettive che potrebbero trovare la loro realizzazione completa. Certo, questo significa che le sfide che si pongono di fronte ai principali attori politici saranno di portata storica e nulla potrà essere dato per scontato negli esiti finali.

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domenica 19 giugno 2011

Dalle rivolte arabe alle nuove contrapposizioni strategiche: Daniele Scalea a “Strategos”

Daniele Scalea, redattore della Rivista di Studi Geopolitici Eurasia e segretario scientifico dell’ISAG (Istituto di Alti Studi in Geopolitica e scienze ausiliarie), è stato intervistato da Andrea Fais per “Strategos” proprio a pochi giorni dall’uscita, per le Edizioni Avatar, del saggio Capire le rivolte arabe, scritto a quattro mani con Pietro Longo. Proprio alla situazione nord-africana e alla Libia è dedicata la prima parte di questa intervista,  che prosegue con un generale sguardo alle possibili alleanze del mondo asiatico in risposta ad un egemonismo atlantico di reflusso, che riemerge malgrado la pesante crisi finanziaria lo costringa al basso profilo internazionale.
Clicca qui per vedere la fonte originale.
Di seguito il video e la trascrizione integrale.




Strategos intervista Daniele Scalea from andrea on Vimeo.


Siamo con Daniele Scalea, redattore della Rivista di studi geopolitici “Eurasia”, segretario scientifico dell’IsAG (Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie) nonché autore dell’ottimo saggio La Sfida Totale – pubblicato dalla Fuoco Edizioni nel corso del 2010 – e co-autore, assieme a Pietro Longo, del saggio Capire le rivolte arabe, uscito per la Avatar Edizioni. Come abbiamo visto, da gennaio ormai, il mondo arabo è preda di numerosi sommovimenti interni, di varia natura e incerta origine, che stanno contribuendo in modo decisivo a ridisegnare la struttura geopolitica di buona parte del Nord Africa e di parte del Medio Oriente. Nel vostro saggio appena pubblicato tentate, attraverso una ricostruzione tanto storica quanto strategica, di fornire una chiave di lettura di questi sconvolgimenti. Com’è strutturato il vostro lavoro e quali criteri analitici avete utilizzato per cercare di inquadrare questo complesso fenomeno internazionale?
Innanzi tutto, abbiamo scelto di rinunciare alla cronaca e di puntare sull’analisi. Tuttavia, consci che è impossibile analizzare compiutamente un fenomeno che è ancora in fieri, ci siamo concentrati sugli antecedenti, sulle cause profonde e di medio-lungo periodo delle rivolte arabe.
Nella prima parte del libro si inquadra la regione mediterranea e vicinorientale in un’ottica globale e di lungo periodo. Il primo capitolo tratta dei concetti di “Vicino” e “Medio Oriente”, dell’unità mediterranea nella storia, di come essa sia incancellabile a causa della geografia. Nel secondo capitolo si analizza l’importanza geostrategica odierna del Mediterraneo e del Vicino Oriente, regioni che appaiono però più oggetti che soggetti della geopolitica globale. Il terzo capitolo si sofferma sul ruolo che la regione ricopre nella strategia degli USA, la potenza egemone, e del ruolo che Washington ha ricoperto nel quadro delle odierne rivolte arabe. Il capitolo quattro, infine, tratteggia il quadro socio-economico della regione mediterranea e, in particolare, dei paesi arabi, provando ad individuare delle concordanze tra i nudi dati statistici e l’incidenza delle rivolte.
La seconda parte approfondisce le questioni politiche interne ai paesi del mondo arabo, in un’ottica di medio periodo storico. I capitoli quinto, sesto, settimo e ottavo trattano della nascita e sviluppo degli Stati nazionali e del nazionalismo arabo. Il nono capitolo introduce il tema dell’ascesa dell’Islam Politico, mentre nel decimo ci si focalizza sul rilevante esempio della Fratellanza Musulmana d’Egitto.
Nella terza parte si traggono le conclusioni. L’undicesimo capitolo è dedicato al riassunto ed analisi delle cause delle rivolte arabe, basandosi su quanto scritto nei precedenti. Il dodicesimo ed ultimo capitolo abbozza alcuni scenari per il futuro, a seconda di quello che sarà l’esito delle rivolte, ad oggi non ancora prevedibile con certezza.
Queste rivolte hanno riguardato Paesi molto diversi tra loro, per vicenda storica interna e situazione politica. Eppure, i media generalisti occidentali, come solitamente avviene, non hanno perso tempo ad accomunare semplicisticamente gli eventi, rileggendoli alla luce di un supposto processo spontaneo dovuto alla globalizzazione “dei diritti” e della “modernizzazione” di queste nazioni. In realtà, l’Algeria presenta uno sviluppo industriale storicamente molto più forte rispetto agli altri Paesi del Nord Africa, come retaggio delle politiche socialiste di Boumedienne, oggi parzialmente mutuate dall’indirizzo essenzialmente statalista della Presidenza di Bouteflika. Il Bahrein e il Qatar sono invece Paesi molto ricchi, dove gli introiti del mercato petrolifero aumentano enormemente il tenore di vita della popolazione. In Libia il reddito pro-capite sino a poco tempo fa era molto simile a quello dei Paesi occidentali (13.800 dollari all’anno), mentre in Egitto la situazione interna, in termini di sviluppo e occupazione, era effettivamente disastrata. In una condizione di relativo malessere si trovava anche la Tunisia di Ben Ali, che comunque poteva giocare molte delle sue carte sul tavolo del settore terziario, e del turismo in modo specifico. A questo si deve poi aggiungere il carattere politico ed etnico, peculiare ed assolutamente irriducibile, di ognuna di queste nazioni coinvolte. La realtà dei fatti pone dunque la necessità di separare i singoli casi, analizzandoli uno per uno, e solo allora tentare di trarre delle conclusioni “d’insieme”, in grado di interpretare e comprendere a fondo le trame, sempre più oscure, che si sono celate e che si stanno celando dietro queste rivolte. Anche in relazione ai recenti disordini siriani, cosa è possibile dedurre e quali potrebbero essere le ragioni profonde di queste destabilizzazioni, oltre naturalmente alle possibili ripercussioni?
Nel libro presentiamo numerose statistiche socio-economiche, nel tentativo di rilevare un minimo comune denominatore alle rivolte. Quest’analisi statistica tende a smentire certe interpretazioni molto in voga nella stampa generalista. Ad esempio, non s’intravede una relazione tra le rivolte e fattori come la diffusione di Internet, l’alfabetizzazione, il numero di laureati o la povertà, gli elementi più spesso chiamati in campo per parlare di rivolta “dei giovani e dei social network”. L’unico dato statistico che si presenta quasi sempre nei contesti di rivolta o agitazioni è l’elevata disoccupazione giovanile. Ma in generale, credo che il nudo dato socio-economico, pur essendo importante, non basti né riesca a spiegare tutto. Altri due fattori fondamentali vanno tenuti in conto.
Il primo fattore è l’inarrestabile ascesa del cosiddetto “Islam Politico” a fronte del declino del nazionalismo arabo cosiddetto “laico”. E’ ormai dagli anni ’70 che il panarabismo laico è in piena crisi di risultati e di legittimità. Al contrario, l’islamismo – in tutte le sue salse, dal wahhabismo al khomeinismo – è in crescita.
Il secondo fattore è la volontà degli USA di mantenere l’egemonia sul Vicino Oriente, a prescindere dall’orientamento ideologico dei suoi governanti. A Washington hanno preso atto del declino dei vecchi dittatori che avevano finora appoggiato, e quando sono scoppiate le rivolte – in parte fomentate dagli USA stessi – li hanno scaricati. Regimi invisi alla popolazione, screditati all’estero ed abbandonati dal loro unico protettore non potevano sopravvivere.
E’ più che probabile che gli USA ed altre potenze atlantiche abbiano avuto un ruolo nell’esplodere delle rivolte anche in altri paesi, come la Libia e la Siria, che alla vigilia erano già loro nemici.
Il quadro comune però c’è: sta prendendo il potere l’Islam Politico, nella fattispecie rappresentato dai Fratelli Musulmani che probabilmente diventeranno la forza dominante nella regione. Tutti si stanno adeguando cercando di farseli amici: sintomatico il repentino cambio d’atteggiamento mostrato dalla Turchia rispetto alla Siria.
Un caso diverso sono invece i paesi del Golfo come l’Arabia Saudita o il Bahrayn. In Bahrayn c’è stata una rivolta della maggioranza sciita soggetta ad un regime di segregazione etno-religiosa. In Arabia Saudita l’islamismo c’è già al potere, e nella sua forma più rigida, quella del wahhabismo. Ad ogni modo, qui i regimi hanno goduto dell’appoggio degli USA, e così hanno potuto procedere ad una repressione brutale senza incappare nella mobilitazione dei media e delle organizzazioni internazionali.
L’Italia è forse il Paese che ha lasciato più stupefatta la comunità internazionale, riuscendo nuovamente a sorprendere per un comportamento incoerente e opportunista. Berlusconi, infatti, dopo aver lavorato alacremente per fare di Roma il primo partner occidentale della Libia, in appena tre giorni ha accettato il diktat imposto dal Consiglio di Guerra riunitosi a Parigi, tra Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia, a seguito dell’approvazione della risoluzione 1973 delle Nazioni Unite. L’Italia, malgrado i giochi di parole della nostra classe dirigente, è pienamente in guerra e sta svolgendo un ruolo attivo e fondamentale nell’alveo delle operazioni aeree contro la Libia. Oltre ad una gravissima ed evidente violazione degli accordi stabiliti appena due anni e mezzo prima a Bengasi, l’Italia, specie con Frattini e La Russa, si è distinta per attivismo all’interno della coalizione atlantica, avallando anche l’ingiustificato passaggio del comando delle operazioni di guerra dall’egida dell’Onu a quella della NATO. Berlusconi, pesantemente contestato da movimenti e partiti politici negli ultimi due anni anche per una politica estera considerata troppo defilata e “deviata” rispetto al tradizionale status atlantico del nostro Paese, non ha esitato a tornare sui suoi passi, e a concentrarsi nuovamente sull’inutile teatrino della politica interna, tra gossip ed elezioni amministrative. L’opinione pubblica continua a perdersi tra le chiacchiere di questa pseudo-politica, mentre a poche centinaia di chilometri dalle nostre coste, l’aggressione alla Libia e, più in genere, la destabilizzazione di vaste aree del Mediterraneo, sta mettendo in serio pericolo anche la stabilità della nostra economia e della nostra già precaria situazione sociale. Quali potrebbero essere i rischi e le conseguenze di un atteggiamento tanto irresponsabile per il nostro Paese?
Il rischio militare è, plausibilmente, nullo o molto basso. La Libia negli ultimi anni non ha ammodernato granché il suo apparato bellico, e comunque se avesse avuto armi di ritorsione, probabilmente le avrebbe già usate. Però questo conflitto ha per l’Italia diversi costi non militari.
Il primo è quello puramente finanziario. La guerra in Libia costa alla coalizione degli aggressori un miliardo di euro al mese. Per noi ha anche pesanti costi collaterali, su tutti le spese per la gestione dell’accresciuto flusso d’immigrati e le perdite patite dalle nostre imprese che operavano in Libia. Non si tratta solo di colossi come l’ENI, ma di tante piccole e medie imprese che vi hanno perso miliardi, e scaricheranno le perdite in disoccupazione. Se consideriamo la fase economica non troppo brillante del paese, capiamo che quella libica è un’avventura che probabilmente non potevamo permetterci.
Il secondo costo è strategico. L’Italia stava costruendo con la Libia un rapporto che si potrebbe definire d’alleanza. La Libia forniva all’Italia approvvigionamenti di petrolio e gas da una fonte geograficamente vicina, lavoro per le nostre imprese, ed investimenti di petrodollari. Perdiamo le risorse libiche nel momento in cui il South Stream è in stallo e fonte di polemica, un referendum blocca l’opzione nucleare, e le energie rinnovabili non decollano malgrado le agevolazioni ed i finanziamenti tra i più generosi (ed onerosi) in Europa. Sul medio-lungo periodo le probabilità che l’Italia debba affrontare una crisi energetica strutturale sono elevate.
Il terzo ed ultimo costo è diplomatico e d’immagine. Per l’ennesima volta l’Italia ha dato prova d’inaffidabilità e di slealtà. La “leggenda nera”, purtroppo molto reale, che ci vuole pusillanimi ed inclini al tradimento ha tratto nuova linfa da quest’episodio. Su tali basi, essere rispettati e stimati nel mondo diventa molto difficile.
Dopo l’allargamento “ad est” avviato intorno alla metà degli Anni Novanta, la NATO ha aumentato il proprio potenziale strategico. Questo non ha solamente dimostrato la natura offensiva e “preventiva” dell’alleanza nord-atlantica, a dispetto di chi l’aveva sempre indicata come un mero ombrello protettivo reso necessario dalla fantomatica minaccia sovietica, ma ha persino evidenziato la volontà di espansionismo che ne caratterizza le ragioni militari, accerchiando in modo evidente, sia da ovest che da est, la Russia. Considerando gli avamposti militari statunitensi presenti in Giappone, in Corea del Sud e soprattutto a Taiwan, risulta abbastanza chiaro che, allo stesso modo, anche la Cina, specie negli ultimi quindici anni, sia stata lentamente circondata da potenziali minacce per la propria sicurezza nazionale, soprattutto sul piano navale. La dissoluzione dell’Unione Sovietica e, in generale, della gran parte dei Paesi socialisti, ha provocato una destabilizzazione senza precedenti recenti all’interno di un gigantesco sub-continente compreso tra i Balcani e il Deserto del Gobi, annullandone lo schema strategico stabilizzatosi nei decenni precedenti. Questo non soltanto ha permesso agli Stati Uniti di avvantaggiarsi di un totale reset del campo dei rapporti di forza internazionali, ma ha pure favorito l’infiltrazione del terrorismo di matrice islamica all’interno dell’ex Unione Sovietica e dell’ex Yugoslavia. A venti anni esatti di distanza dall’innesco di quel meccanismo a catena, notiamo quanto importante possa risultare oggi la funzione dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, formata da Russia, Cina, Kazakistan, Uzbekistan, Kirghizistan e Tagikistan e nata proprio sviluppare piani di collaborazione e supporto difensivo ai fini della repressione dei pericoli legati all’estremismo religioso e al separatismo nel complesso mosaico centro-asiatico. Da molti questa organizzazione internazionale è stata indicata scherzosamente quale Patto di Shangavia, mutuando in parte il nome del vecchio Patto di Varsavia tra l’Urss e i Paesi socialisti dell’Europa orientale, tanto da ridefinirla come l’anti-NATO o la risposta asiatica alla NATO. Quanto c’è di vero in queste definizioni e quali prospettive emergono all’orizzonte di questo organismo inter-governativo?
Il paragone col Patto di Varsavia è senz’altro esagerato. Per ora nessuno dei membri dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai ha la reale volontà di sfidare frontalmente gli USA. Non a caso nell’ultimo vertice le parole più significative e bellicose, riguardo un possibile blocco continentale eurasiatico per spezzare l’egemonia statunitense, sono venute da Ahmadinejad, presidente di un paese che non è neppure membro a pieno titolo dell’organismo. Russia e Cina collaborano in chiave tattica per estromettere il competitore principale, gli USA, dall’Asia Centrale, ma ancora non hanno trovato la quadratura strategica nella regione, che entrambi vorrebbero nella propria sfera d’influenza. I paesi centroasiatici sono ben lieti d’essere l’oggetto di un “grande gioco” a tre o più attori, perché raccolgono i regali di tutti, e quindi non prenderanno l’iniziativa d’estromettere totalmente gli USA. Mosca e Pechino non hanno accettato di sostenere con decisione l’Iran, e la tensione tra India e Cina è tornata a montare. L’OCS è un progetto interessante e potenzialmente di grande peso negli equilibri mondiali, ma per ora rimane ancorato alla ristretta dimensione centroasiatica e non si configura come un’alleanza strategica.

sabato 18 giugno 2011

"Capire le rivolte arabe" è ora disponibile

Capire le rivolte arabe può ora essere acquistato dalla libreria online "Librad". Cliccare qui per raggiungerla. Il costo è di euro 18. Sono accettati come metodi di pagamento: contrassegno, carte di credito, PayPal e Postepay.

venerdì 17 giugno 2011

Due esperti analizzano le proteste di massa in Nord Africa e Medio Oriente

:::: Adolfo Spezzaferro :::: 16 giugno, 2011 ::::    
Due esperti analizzano le proteste di massa in Nord Africa e Medio Oriente
Fonte: “La discussione”, 16 giugno 2011, p. 7

La cosiddetta primavera araba, foriera di rivolte contro l’oppressore in Nord Africa e Medio Oriente, c’entra ben poco con i blogger e i social network. In effetti, organizzare un moto di popolo via Internet – sulla falsa riga dei no global in occasione dei G8 – in Paesi dove la diffusione del web è scarsa sarebbe un’impresa davvero ardua. Pertanto, la protesta di massa che ha riempito le piazze di Egitto, Tunisia, Libia, Yemen, Bahrein è stata organizzata dagli islamisti, dalla Fratellanza musulmana. È questa l’analisi fornita da due studiosi, Daniele Scalea e Pietro Longo – redattori della rivista di geopolitica Eurasia e rispettivamente segretario scientifico e ricercatore del neonato (libero e indipendente) Istituto di alti studi in geopolitica e scienze ausiliarie (Isag) – nel libro “Capire le rivolte arabe: alle origini del fenomeno rivoluzionario” (Avatar-Isag, 164 pagine, 18 euro). Nella quarta di copertina gli autori si chiedono: “Sappiamo davvero perché queste rivolte stiano scoppiando? Conosciamo veramente i nostri vicini arabi, le loro aspirazioni e gl’ideali che li animano? Ci rendiamo conto di quale potrebbe essere il volto del mondo quando l’ondata della rivolta avrà finito d’abbattersi sulla regione?”. “In questo libro – proseguono – si cerca di fare chiarezza, in una veste agile e sintetica, ma discostandosi dalle semplificazioni giornalistiche e dai proclami romantici per concentrarsi invece sulle dinamiche politiche, economiche e strategiche in atto”. Il punto sta proprio qui: su queste rivolte si è detto e scritto tutto e il contrario di tutto, che sono pilotate per fare gli interessi delle lobby del petrolio, per contrastare gli interessi europei nel Mediterraneo, che – al contrario – sono scaturite da un anelito di democrazia. In ogni caso, affermano Scalea (storico) e Longo (arabista), non è stata detta la verità, complice anche un diffuso pressappochismo dei media occidentali. La verità è che gli islamisti hanno presa sulla popolazione, perché propongono uno stato sociale da contrapporre a liberalizzazioni e asservimenti pedissequi alle potenze straniere. La Fratellanza musulmana – nata in Egitto, dove probabilmente cercherà di organizzare un nuovo assetto sociale sul modello della Turchia – attiva nell’istruzione, nella sanità e nel sociale in genere, si sta ramificando in tutto il mondo islamico e recluta sempre più sostenitori proponendosi come unica alternativa possibile per il bene del popolo.

giovedì 16 giugno 2011

«Macché Twitter, i ribelli sono islamisti» – D. Scalea a “Il Secolo d’Italia”

Daniele Scalea, redattore di “Eurasia” e segretario scientifico dell’Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie (IsAG), è stato intervistato da Adriano Scianca per “Il Secolo d’Italia” a proposito del suo ultimo libro – Capire le rivolte arabe. Alle origini del fenomeno rivoluzionario - scritto assieme a Pietro Longo (redattore di “Eurasia”, ricercatore IsAG). Riproduciamo qui l’intervista e l’articolo di corredo di Adriano Scianca, entrambi apparsi nell’edizione odierna del quotidiano.
 
 
«Macché Twitter, i ribelli sono islamisti»
Lo studioso Daniele Scalea: «Nei nostri media dominano doppiopesismo e superficialità»

Macché “popolo di Facebook”, qui c’è la Fratellanza musulmana che si sta ramificando in tutto il mondo islamico. Ad affermarlo è Daniele Scalea, redattore di Eurasia e segretario scientifico del neonato Istituto di alti studi in geopolitica e scienze ausiliarie (Isag), primo centro di studi geopolitici nel nostro Paese. Coautore con Pietro Longo di Capire le rivolte arabe (Avatar, € 18,00, pp. 164), Scalea dà una versione della “primavera araba” diversa da quella dei media.

Allora, Scalea: ha seguito la storia della finta blogger siriana?
Sì, mi sembra sintomatica del livello di informazione che c’è sulle rivolte arabe. Un livello che definirei infimo.

Addirittura?
Certo. Pensiamo alle false notizie diffuse sul caso libico: dai 10 mila morti iniziali alle fosse comuni fino ai bombardamenti sugli oppositori. Purtroppo da un lato c’è chi diffonde notizie false ad arte, dall’altro c’è la scarsa professionalità dei nostri giornalisti.

Qualche esempio?
Be’, a volte si citano non meglio precisate “fonti dell’opposizione”. Chi sono? E perché dovrebbero essere più attendibili delle fonti ufficiali? Per non parlare di quando queste fonti vengono occultate e la loro versone diventa la verità sic et simpliciter…

E poi non mancano doppiopesismi…
Esatto. Prendiamo il Bahrein. Anche lì esistono filmati della polizia che spara sui manifestanti, ma non fanno notizia. Anche lì, come in Libia, il regime usa mercenari, ma il fatto non viene denunciato con lo stesso clamore.

E questo avviene perché il Bahrein è filo-occidentale?
Direi proprio di sì.

A proposito di falsificazioni: lei crede alla storia del “popolo di Facebook”?
No, non ha riscontri reali, basta guardare i dati sulla diffusione di internet nelle zone interessate. È pur vero che inizialmente, in Egitto, alcune organizzazioni giovanili hanno sfruttato i social network. Ma costoro non sarebbero mai riusciti a tirar fuori una protesta di massa. Ciò si è avuto solo quando è scesa in campo la Fratellanza musulmana. Che non ha successo grazie a internet, ha successo perché funge da “stato sociale” laddove il governo liberalizza e smantella.

Quindi ci sono i Fratelli musulmani dietro a tutto…
In Egitto mi sembra evidente il patto militari-Fratelli musulmani per gestire la transizione e creare uno stato che seguirà probabilmente il modello turco. Ma la Fratellanza è ormai radicata un po’ in tutti i Paesi e ha contatti con tutti gli attori in gioco.

Ma come, non erano rivolte laiche e occidentaliste, queste?
Macché, il minimo comune denominatore è proprio l’islamismo. Del resto chi è stato in Egitto ha parlato di slogan contro Israele e di accuse a Mubarak di essere troppo filo-occidentale. Uno studio di qualche anno fa sui combattenti stranieri in Iraq, molti di loro legati ad Al Qaeda, stilò una classifica dei Paesi di provenienza di queste persone. Sa da dove venivano la maggior parte di loro?

Afghanistan? Iran? Sudan?
Libia. Precisamente dalla regione di Bengasi…

(ad.sc.)

***


Quella “primavera araba” di bugie e finti blogger

La dissidente siriana? È tarocca, come molte informazioni sulle rivolte maghrebine

Adriano Scianca

D’accordo, lo stereotipo vuole le donne omosessuali in possesso di tratti particolarmente mascolini, ma la blogger siriana lesbica Amina Arraf forse esagera. Amina ha infatti il volto di Tom, barbuto 40enne americano. Ah, che brutti scherzi gioca internet. Soprattutto ai commentatori frettolosi, agli analisti da Twitter, ai geopolitici laureati su Google. E più in generale a tutti quelli che bevono tutto ciò che il circo mediatico somministra loro.

La beffa di Tom MacMaster

Tom MacMaster, a modo suo, merita un plauso. Prima dalla sua abitazione di Stone Mountain, Georgia, poi dall’università di Edimburgo, dove stava seguendo un master, l’uomo ha finto per mesi di essere Amina, una dissidente siriana – gay, per giunta – pronta a immolarsi per la causa della libertà e dell’informazione non allineata. Le sue cronache sulla “repressione” attuata dal perfido Bashir al-Assad hanno fatto il giro del mondo. Era il trionfo del citizen journalism, la rivincita della comunicazione spontanea, il coraggio che viaggia sulla rete. Non era vero niente. Tom si era inventato tutto. Poi ha chiesto scusa, cosa che certo non basterà a testate “autorevoli” come The Guardian – che sulla storia di Amina avevano puntato con convinzione – per recuperare credibilità. E qui si aprirebbe una parentesi anche sulla stampa estera che con vezzo provinciale continua a essere dipinta dalle nostre parti come la bocca della verità. Ma questa è un’altra storia.

Fosse comuni” a Tripoli

La storia della cosiddetta “primavera araba”, del resto, è un po’ tutta costellata di episodi simili. Un po’ per l’ingenuità, la faciloneria, la superficialità di certi operatori dell’informazione, un po’ per le imbeccate interessate di qualche furbacchione, un po’ per le due cose combinate insieme. Prendiamo il caso libico. Ok, Gheddafi non è precisamente un leader riformista e illuminato. Diciamo pure che è un satrapo un po’ megalomane. Talvolta ha la mano pesante nei confronti del suo popolo. Ce l’ha da 40 anni, a dir la verità, e la cosa non ha mai fatto troppo scalpore. Poi il vento cambia, diciamo intorno al febbraio di quest’anno. E allora una mattina apriamo il giornale troviamo la cifra di 10.000 (diecimila) vittime civili causate dalla repressione del colonnello. La cifra viene rilanciata dalla tv araba al-Arabiya, che cita le dichiarazioni del componente libico della Corte Penale Internazionale, Sayed al Shanuka, che parla anche di 50 mila feriti. Sono trascorsi pochi giorni dallo scoppio delle rivolte e certi numeri, raggiunti in così breve tempo, fanno impressione. Tutti sbattono la cifra in prima pagina. Poi non se ne parlerà più. Le stime dei giorni successivi saranno tutte molto, molto, molto inferiori a quei 10 mila morti. Ma intanto il panico mediatico è stato scatenato, il resto non conta. Lo stesso dicasi per le “prove” delle fosse comuni libiche. Si tratta di una foto diffusa il 22 febbraio che vede una decina di fosse (comunque “singole”, non certo “comuni”) in allestimento. Il tutto in una località segreta, per nascondere il frutto della repressione del dittatore? Macché, quello ritratto nella foto è il normale cimitero Ashaat di Tripoli.

I “ragazzi di Facebook”

E che dire della balla colossale della rivolta nata da Facebook, da Twitter, da YouTube? Che dire della frottola di una rivoluzione spacciata per spontanea, orizzontale, improntata sui “diritti” e le “libertà” intesi all’occidentale? È il solito vecchio vizio di casa nostra: ricondurre l’ignoto al noto, la complessità allo schema semplice semplice. E così tutti i complicati fattori culturali, religiosi, sociali, politici e geopolitici che hanno portato alle rivolte arabe vengono occultati dietro la storiella dei social network rivoluzionari. Nel loro fondamentale libro Capire le rivolte arabe (vedi box), Pietro Longo e Daniele Scalea sono andati a vedere i dati. E hanno scoperto che «tra i paesi attualmente in fermento, solo il Bahrein ha una diffusione elevata di internet (circa il 50% della popolazione), mentre in Yemen e in Libia è praticamente nulla, in Egitto, Siria e Algeria bassissima. In generale, nel Vicino Oriente meno del 30% della popolazione ha accesso a internet: il dato in Africa si riduce a poco più del 10%, anche se gli utenti si concentrano nella parte settentrionale del continente. In Siria, Libia, Algeria, Iran e altri paesi solo una percentuale infima del già ridotto bacino d’utenza internet usa il portale Facebook». E quindi? I rivoltosi del Maghreb sono tutti delinquenti o agenti del “Grande Satana”? No. Forse hanno persino ragione. Ma dovremmo smetterla di farci le cose più semplici di quelle che sono…