giovedì 23 giugno 2011

Rivoluzioni arabe: la parola agli esperti

Fonte: "Agenzia Stampa Italia"

(ASI) In questi mesi Agenzia Stampa Italia ha ovviamente dedicato ampio spazio alle rivolte scoppiate nel basso Mediterraneo offrendo spesso delle visioni molto diverse da quella ufficiali e politicamente corrette offerte dei media embedded. 

Questa volta per dare ai nostri lettori una visione ancora più precisa abbiamo incontrato due esperti di geopolitica: Daniele Scalea e Pietro Longo che proprio di recente hanno pubblicato, per le Edizioni Avatar, il saggio “Capire le rivolte arabe – Alle origini del fenomeno rivoluzionario”.
Ne è nata una piacevole chiacchierata che sicuramente aiuterà tutti a comprendere meglio cosa sta accadendo a due passi da casa nostra.

1)      Di recente avete pubblicato il saggio “Capire le rivolte arabe”. In merito a quello che i media embedded chiamano primavera araba effettivamente c’è molto da capire; secondo voi perché il malcontento di quell’area è nato proprio in questo determinato periodo?

Daniele Scalea: Ovviamente il malcontento non è nato in questo periodo, ma è il riflesso d'una situazione di crisi degli Stati arabi che va avanti ormai da decenni. I governi nazionalisti del dopoguerra non hanno avuto fortuna nel promuovere la modernizzazione economica dei loro paesi, rimasti ancorati – per quei fortunati che le possiedono – all'esportazione di materie prime. Non sono riusciti a realizzare l'unità panaraba, ma si sono accapigliati tra loro. Non hanno sconfitto il comune nemico, Israele, ma hanno finito col farci la pace dopo varie guerre perse. Di tante promesse è rimasta, quasi sempre, solo una realtà di arretratezza e autoritarismo cleptocratico, anche se ovviamente qualche governo potrebbe ben rivendicare di costituire l'eccezione, ed aver fatto il bene del proprio popolo. Ma è comunque questo il clima in cui l'Islam Politico – un fenomeno di cui si parla solo da pochi anni, ma che affonda le sue radici ad anni anteriori allo stesso nazionalismo panarabo – ha conquistato i cuori e le menti di molti arabi. E' probabile che oggi il cosiddetto “islamismo” sia l'ideologia più rappresentativa nella regione.
Perché questo malcontento di lungo periodo è esploso proprio all'inizio del 2011? Credo vi siano diversi fattori da tenere in conto. Il primo è quello, forse poco scientifico ma molto reale, del “caso”. Una rivolta è esplosa in Tunisia, ha avuto successo e tutte le opposizioni nel mondo arabo hanno pensato d'imitarla. Il secondo fattore è legato alla congiuntura economica internazionale: un panorama di crisi globale, la minore capacità dei paesi europei d'assorbire lo sfogo dell'emigrazione araba, e la speculazione che ha gonfiato il prezzo dei beni alimentari. Ciò ha reso economicamente insostenibili le condizioni di vita in molti paesi arabi. Il terzo fattore è quello inerente il grande gioco delle potenze mondiali. Alcune hanno soffiato sul fuoco della rivolta. Gli USA da anni parlano di “democratizzazione” del “Grande Medio Oriente”, anche se finora erano stati molto cauti proprio per timore di veder trionfare gl'islamisti. Ma nel frattempo hanno investito nelle “società civili” di quei paesi e vi hanno insinuato ONG e movimenti politici che sono stati tra i protagonisti della rivolta. Probabilmente, percependo l'insostenibilità delle dittature “laiche”, o “moderate”, come erroneamente si era solito chiamarle, Washington ha deciso di favorire l'ascesa dell'Islam Politico per ingraziarselo. Zbigniew Brzezinski aveva apertamente invitato a cavalcare la tigre del “global awakening”, senza lasciarsi intimidire dal suo carattere anti-statunitense.

Pietro Longo: Il malcontento nei paesi arabi ha radici molto più profonde ovviamente ed il fatto che le rivolte siano scoppiate in questo momento storico potrebbe benissimo essere casuale. Del resto movimenti di protesta in Bahrein o in altri paesi del Golfo, ma senza andare troppo lontano, anche in Giordania e in nord-africa, sono esplosi anche nell’anno precedente a questo anche se i media non ne hanno parlato. I regimi arabi sono catalogati da tutti gli istituti di ricerca (come Freedom House, con tutte le riserve del caso) come “non liberi”, ovvero come dei sistemi basati su forme più o meno sofisticate di autoritarianesimo. A proposito dell’Oman molti accademici hanno parlato di “sultanismo” a significare un modello politico basato su un rapporto diretto del leader con il popolo, quasi una sorta di paternalismo-populismo. Cosa implica questo? Implica che i governanti al potere (siano essi le dinastie del golfo o i Presidenti dei sistemi Repubblicani) amministrano i rispettivi territori come fossero dei possedimenti privati. Certo ci sono gradi diversi di inclusione e partecipazione politica e società più o meno aperte (non sono la stessa cosa l’Egitto e l’Oman ad esempio) ma il concetto alla base è la costante necessità di rinnovare la “legittimazione” agli occhi del popolo. I leader delle generazioni passate, si pensi a Nasser, riuscivano a rinnovare costantemente questo bisogno attraverso la mobilitazione delle masse e in questo l’ideologia giocava un ruolo fondamentale. Oggi gli autocrati non fanno più presa sulle masse e sono costretti a ricorrere ad espedienti di “democrazia difensiva” cioè a fare concessioni, lente e graduali, per ri-legittimarsi. Di tanto in tanto qualcosa può andare storto: le congiunture macro-economiche possono giocare a sfavore, gli eventi di politica estera e le relative scelte possono de-legittimare i governi dopo tanta fatica per ricostruire il consenso…ed è li che esplodono le rivolte….come abbiamo scritto nel saggio, le rivolte sono esplose in questo momento probabilmente per la fusione compresente di elementi endogeni ed elementi esogeni che le hanno rese possibili.


2)      In questi mesi pur di difendere la tesi degli interventisti abbiamo visto che i media hanno preso degli abbagli colossali; l’ultimo esempio in ordine di tempo il presunto rapimento di una fantomatica blogger siriana che in seguito si è scoperta essere un uomo, per giunta statunitense, che aveva inventato di sana pianta la vicenda. A vostro parere perché le “grandi democrazie occidentali” hanno tutto questo bisogno di ricorrere a simili menzogne se si muovono spinte da un bene superiore?

DS: La propaganda è probabilmente nata quando l'uomo ha cominciato a comunicare coi propri simili. Nella vita di tutti i giorni, capita che le persone raccontino ad amici, conoscenti o altri interlocutori una versione tendenziosa di un determinato fatto: nel loro piccolo stanno facendo “propaganda”. Gli Stati hanno a disposizione una grancassa mediatica assai superiore a quella d'una singola persona che chiacchiera col vicino. Le invenzioni degli ultimi secoli – stampa, telegrafo, radio, televisione, cinema, Internet ecc. - hanno decuplicato questa potenzialità. I media informativi si sono sviluppati parallelamente al declino dei tradizionali media sociali – fossero essi il gruppo parrocchiale, la corporazione di mestiere, la sezione di partito o la semplice piazza del villaggio. In una società sempre più atomizzata, i media informativi diventano l'interlocutore principale di tanti singoli scollegati tra loro, e finiscono per diventarne il tessuto connettivo. I media sono diventati la società, o quanto meno il tessuto sociale che lega gl'individui. Da questo rapporto esclusivo ed onnipervasivo deriva la loro potenza, la loro capacità senza precedenti di comunicare, ma anche manipolare, la realtà.
In tal modo, le minoranze organizzate che controllano i media hanno un vantaggio decisivo nella società, anche (anzi soprattutto) in quella democratica: ci si può ricollegare al discorso elitista di un secolo fa. Se si vuole riprendere il controllo della cosa pubblica, servono cittadini acculturati e ben informati – ossia, che si muovano autonomamente per cercare davvero quel sapere e quell'informazione che oggi vengono offerti a tutti, ma in maniera scadente o contraffatta. Tanto tempo fa il ceto operaio anelava alla cultura, perché riteneva che il sapere garantisse la promozione sociale, permettendo di comprendere ciò che accadeva nel mondo e quindi d'influire su di esso. Oggi che la parola “cultura” è troppo spesso abbinata a quella “industria”, e la parola “istruzione” a quella “pezzo di carta”, bisognerebbe davvero riscoprire il valore del sapere fine a se stesso, ossia fine al miglioramento dell'individuo e del cittadino.


3) Il primo paese ad essere interessato dai tumulti di popolo è stato l’Egitto. Lì il potere è passato nelle mani dei generali che adesso dovranno rinegoziare con i paesi del corno d’Africa e della zona centrorientale dell’Africa nuovi trattati sullo sfruttamento delle risorse idriche del Nilo, ed il tutto mentre Israele torna a chiedere le risorse del bacino del Sinai.
Il nuovo governo saprà farà gli interessi del Cairo o pur di essere ulteriormente legittimato agli occhi dell’occidente frà concessioni che potrebbero rivelarsi dannose per la società e l’economia egiziana?

DS: L'Egitto è in una fase di passaggio, è difficile capire cosa farà. Il suo atteggiamento è volutamente contraddittorio, perché deve tenere a bada sia le pressioni divergenti provenienti dalle potenze estere, sia il variegato quadro politico interno. Al di là dei residui sostenitori del Partito Nazionale Democratico mubarakiano, troviamo i resti dell'establishment (spesso proprio tra le fila dell'esercito) e poi il mosaico delle opposizioni: islamisti, nasseriani, cristiani copti, comunisti, liberali, sindacalisti e così via. Attualmente, mi pare che i Fratelli Musulmani – che a dispetto di quanto detto anche da taluni esperti nei mesi scorsi, è di gran lunga il movimento più rappresentativo in Egitto – abbiano stretto un accordo sottobanco coi militari, per gestire pacificamente la transizione, senza attriti tra loro, e tagliare fuori le altre anime della rivolta. I Fratelli Musulmani permangono così nel loro rapporto ambiguo col regime: principale forza d'opposizione a Mubarak e messi fuori legge, potevano però aprire ospedali, scuole ed altre istituzioni in giro per l'Egitto.

PL: L’Egitto in questo momento si trova in una delicata fase di transizione che difficilmente può venire anticipata e letta in modo profetico e corretto. Si può ipotizzare che dopo le proteste di massa di piazza Tahrir, il popolo egiziano otterrà le riforme che chiedeva ma è lecito domandarsi se “eliminato Mubarak, sia stato eliminato anche il Mubarakismo”. Mubarak ha raggiunto il potere dopo la “parentesi” di al-Sadat, parentesi dato che il suo governo è stato interrotto dal sua assassinio. Tuttavia in quello spazio di tempo il Presidente aveva trasformato l’Egitto portandolo al di fuori dal nasserismo, ad esempio liberalizzando l’economia con il processo di infitah talvolta adeguandosi al cosiddetto Washington Consensus. Cosa c’entra questo con la presente giunta? A mio modo di vedere siamo dinnanzi ad una situazione simile e dissimile rispetto proprio alla rivoluzione degli Ufficiali Liberi. Molte cose appaiono uguali addirittura, soprattutto il fatto che a governare in questo momento sono proprio uomini in divisa. Tuttavia i fatti di Piazza Tahrir non sono stati innescati dai militari ed a ben vedere nemmeno dalla controparte islamica rappresentata dalla nebulosa dei Fratelli Musulmani. La rivolta è stata probabilmente davvero una rivolta di piazza alla quale ha fatto seguito una abile “cavalcata” da parte di militari e dei movimenti islamici. Del resto l’Egitto di oggi non è più quello di Nasser…ha una società civile molto sviluppata e dinamica, numerosi partiti e movimenti di tutti i tipi: laici e meno laici, liberali e socialisti…sono presenti i movimenti femministi e quant’altro. Ciò detto la sensazione è che i militari da un lato ed i Fratelli Musulmani dall’altro stiano negoziando il nuovo assetto del paese, forse anche esautorando altre componenti. Faccio un esempio: la Dichiarazione Costituzionale che la giunta militare ha approvato come Costituzione interinale nei mesi scorsi è stata redatta da una assemblea di pochi uomini che non hanno avuto un mandato popolare cioè non sono stati eletti dal popolo. Morale della favola erano quasi tutti militari con una componente minoritaria di “religiosi”…e le altre anime della società? Certo si può argomentare che questa Costituzione è solo interinale e che quella che seguirà sarà più rappresentativa e democratica ma per il momento l’entusiasmo tipico di ogni sommovimento popolare sembra aver incontrato uno stallo: la giunta ha approvato delle riforme cosmetiche, di democrazia difensiva appunto (come l’aver alleggerito le clausole di eleggibilità del Presidente che Mubarak aveva ritagliato addosso a sé) ma  voler essere realisti, oggi in Egitto tutti i poteri sono in mano ad una giunta militare “auto poietica” cioè che si è legittimata da sola e da sola potrà decidere quando e se sciogliersi.

4)      Voi siete degli esperti di geopolitica. Potete spiegare ai lettori meno preparati su questo fronte come mai la regione araba è oggi diventata il centro del mondo?

DS: In Capire le rivolte arabe dedichiamo un intero capitolo all'importanza strategica odierna del Mediterraneo arabo, ed altri due alla sua collocazione geopolitica nella storia. Ma su questo tema ci si potrebbe scrivere un libro intero. Proviamo a sintetizzare all'estremo. Primo: la regione cosiddetta del “Medio Oriente” possiede più della metà delle riserve di petrolio mondiali ed un'ampia quota di quelle di gas. Secondo: ospita una delle strettoie strategiche fondamentali, ossia il Canale di Suez. Terzo: la debolezza delle entità statuali che la abitano rende la regione particolarmente esposta alle pressioni imperialiste esterne.
Aggiungo qualche altra osservazione. a) Il Vicino Oriente si trova a cavallo tra due aree affamate d'energia: l'Europa e l'Asia Orientale. Controllare le risorse del Vicino Oriente significa controllare indirettamente i paesi europei, l'India, il Giappone e la Cina. b) Il petrolio è la fonte energetica fondamentale nella nostra epoca, e finché resta agganciato al dollaro garantisce agli USA la possibilità di stampare carta moneta a corso forzoso (cioè con solo valore nominale) ottenendo in cambio dal resto del mondo beni tangibili e servizi reali. E' quella che Henry Liu ha definito, in maniera secondo me molto azzeccata, la “egemonia del dollaro”.

PL: La regione araba non è al centro del mondo. Il baricentro è oggi l’Asia centrale, meridionale e l’Oriente Estremo. Anzi il problema che affrontiamo in apertura del libro è proprio questo: la perduta centralità del Mediterraneo (e quindi dell’Africa e dell’Asia araba). Piuttosto la regione araba è sempre nell’occhio del ciclone, vuoi per le questioni legate al “terrorismo di matrice islamica”, vuoi per questioni legate al conflitto israelo-palestinese, vuoi per le issues di natura energetica ed in ultimo per l’ondata di democratizzazione, reale o presunta, che sta svolgendosi in questi mesi. Ma la geopolitica, come la fisica, non ammette i vuoti e quindi, diciamolo (dato che non è più o non è mai stato un mistero) anche le ingerenze esterne contribuiscono i paesi arabi a restare sempre al centro dell’arena internazionale.  

5)      Alcuni parlamentari statunitensi, sia repubblicani che democratici, hanno presentato una causa, presso il tribunale federale di Washington, contro il presidente Barak Obama in quanto, a loro dire, le operazioni militari in Libia sarebbero illegali non avendo ottenuto l’approvazione del Congresso. Come pensate finirà questa vicenda? La forma riuscirà a vincere sugli interessi della lobby delle armi e della missione di esportare democrazia oppure Obama ed i suoi riusciranno a trovare una scappatoia?

DS: Negli USA la politica estera non viene fatta a caso. Non è Obama a prendere le grandi decisioni, ma esse scaturiscono da una classe dirigente composita e numerosa, solo in parte formata da personaggi eletti o burocrati di professione. Ovviamente questa classe dirigente non è monolitica e possono esservi incomprensioni e divergenze d'opinione, ma essa ha comuni obiettivi strategici: tutelare gl'interessi dell'élite e, in subordine, quelli degli USA. Non credo che un tribunale di Washington potrà cambiare le decisioni uscite dalla Casa Bianca, perché esse non promanano da Obama, ma da un'intera classe dirigente di una superpotenza mondiale.

6)      Da tre mesi l’Italia sta combattendo contro l’ex alleato Gheddafi. Questo cosa comporterà a lungo termine nei rapporti economici e politici tra i due paesi, considerando che Tripoli è uno dei nostri principali partner economici nonché un fondamentale fornitore di energia?

DS: Di sicuro non si riproporrà una situazione così favorevole com'era quella prebellica, ossia di pochi mesi fa. Allora avevamo un paese vicino che ci riforniva di petrolio e gas, garantiva commesse alle nostre imprese, e reinvestiva i petrodollari nel nostro paese. Questa situazione ideale non ritornerà. Se dovesse vincere Tripoli, allora ci aspetta una piccola “guerra fredda” mediterranea tra Italia e Libia, dopo il nostro goffo e poco dignitoso voltafaccia. Se dovessero vincere i ribelli, Roma avrà rapporti diplomatici ed economici normali con le nuove autorità libiche, ma Francesi, Britannici, Statunitensi ed emirati del Golfo avranno sempre la precedenza rispetto a noi. Se invece dovesse permanere una situazione di stallo, dalla Libia raccoglieremo solo destabilizzazione ed ondate di profughi e migranti.

PL: L’Italia com’è noto ha, o forse ha avuto, con la Libia un rapporto privilegiato anche sulla base del trascorso neo-coloniale. Come del resto tutti i paesi europei nei confronti delle ex-colonie…diciamo che il mantenimento di rapporti cordiali, privi di rancore, è la norma. Del resto l’età del colonialismo si è chiusa da un pezzo ed i paesi della sponda sud sono adesso interlocutori a pieno titolo. Posta questa premessa, l’Italia nella sua tradizione geo-politica e di politica estera ha sempre avuto due campi di implicazione cioè l’area danubiano-balcanica e quella “mediterraneo-colonie”, che sono divenuti tre con il processo di integrazione europea. È normale che un paese guardi con occhio più attento a ciò che succede nei propri confini diretti. Con l’avvento del “terzo cerchio” quello appunto legato all’UE, l’Italia ha scelto di limitare la propria sovranità per fare parte di un consesso di paesi coi quali condividere questioni di varia natura, finanche di politica estera. La scelta italiana quindi si giustifica, com’è noto, in questo senso: se faccio parte di un club, i soci si aspettano da me un comportamento consono alle linee guida del club stesso. Queste scelte possono poi essere criticabili e oggetto di discussione ma la ratio che ha mosso la diplomazia romana è stata questa. Cosa cambierà nei rapporti con Tripoli? Per l’interessa nazionale, legato realisticamente all’approvvigionamento energetico in teoria nulla ma solo se il regime di Gheddafi verrà meno e sarà sostituito da quello dei ribelli cirenaici. Se ciò non dovesse accadere, beh ci troveremo dinnanzi ad un autocrate che per lungo tempo abbiamo considerato amico e al quale poi abbiamo voltato le spalle. Ma sono convinto che i decisori queste considerazioni le avranno fatte prima di decidere come muoversi.   

7)      Sempre rimanendo in tema di Libia, gli insorti, aiutati dai volenterosi paesi filo atlantici, stanno avanzando verso Tripoli, roccaforte di Gheddafi e del suo governo. La conclusione del conflitto appare però ancora lontana. A vostro parere è concreto il rischio di un nuovo pantano simile a quello iracheno? E quale futuro attende Gheddafi in caso di sconfitta?

DS: I paesi atlantici stanno rapidamente volgendosi verso un'escalation militare. L'impiego di elicotteri da guerra li avvicina sempre più all'intervento via terra, che del resto è già realtà tramite alcune operazioni di commandos e l'impiego di mercenari. Un coinvolgimento terrestre delle forze atlantiche potrebbe accelerare la fine del conflitto (o procrastinarlo suscitando una rivolta anticoloniale). In ogni caso, il vero nodo rimarrà la sistemazione post-bellica della Libia. A meno di una vittoria di Tripoli che ristabilisca lo status quo ante (che però abbiamo visto quanto essere fragile), al posto della Libia ci ritroveremo un coacervo di tribù, movimenti e potentati locali che sarà impossibile riamalgamare in maniera duratura. Lo spettro è quello d'una nuova Somalia in riva al Mediterraneo, ed a pochi chilometri dalle nostre coste.
PL: Il pantano iracheno è verosimile o inverosimile a seconda di ciò che si intende appunto per pantano. In Iraq il pantano fu duplice: per la popolazione che prese ad autodistruggersi in una guerra civile sulla quale soffiarono tra gli altri anche i militanti di al-Qa’ida e per gli occupanti della “willing cohalition” che si trovarono impreparati dinnanzi ad una situazione che non sapevano controllare (vi fu chi parlò di un secondo Viet Nam). In Libia manca uno dei due elementi cioè l’occupazione di terra da parte diciamo occidentale. Il pantano però può sempre verificarsi secondo la prima direttiva cioè l’esplosione della guerra civile. Anche qui però ci sono diverse difformità rispetto all’Iraq: in quest’ultimo caso si doveva considerare la frattura della società in almeno tre parti, sunniti, sciiti e curdi (oltre a strettissime minoranze di cristiani, sabei-mandei, siriaci ed altro). Quindi abbiamo assistito a lotte fratricide di sunniti contro sciiti, sunniti contro altri sunniti, curdi contro sunniti…..In Libia tutte queste minoranza non ci sono però è molto forte, forse più che in Iraq, il tribalismo ed il tribalismo è basato su un elemento che il “sociologo” maghrebino del 1400 Ibn Khaldun definì le “’asabiyyat” cioè lo spirito di corpo…il legame clanico indissolubile…Gheddafi, che non dispone certo di un esercito di proporzioni enormi, resiste a tutt’oggi proprio per questo sodalizio clanico a mio avviso e, certo, anche perché dinnanzi ha dei ribelli che si sono improvvisati combattenti.
Tornando al punto, in Iraq la partita si è conclusa con la formazione di una Repubblica Federale in cui l’unico membro della federazione oltre allo Stato centrale di Baghdad è la Regione del Kurdistan iracheno. In caso di vittoria dei ribelli, e sperando che la guerra civile non esploda, potrebbe essere plausibile immaginare un assetto del genere…cioè una federazione che dia libertà alle sue parti costituenti…tuttavia si deve anche capire qual è la logica sottesa a questa separazione se cioè agevolare la coesistenza pacifica delle varie fratture della società o se quella di voler rimodulare il paese soltanto come somma delle sue parti…quanto a Gheddafi in prima persona, chi può dirlo? Verrà processato probabilmente, come avvenne per Saddam Hussein. In quel caso sarà interessante vedere come agirà la giustizia internazionale.
  
8)      Iraq e Afghanistan sono stati resi democratici dalle bombe umanitarie a stelle e strisce; Libia, Egitto e Siria sembrano essere pronti ad abbracciare la democrazia nella sua accezione moderna a stelle e strisce, e l’Iran?
 DS: Credo che un attacco all'Iran da parte degli USA abbia perso un po' d'attualità. Nel 2012 avremo le elezioni presidenziali negli USA e nel 2013 in Iran. Sicuramente cambierà il presidente iraniano, visto che Ahmadinejad non può ricandidarsi, ed anche Obama corre grossi rischi di non essere riconfermato, malgrado l'eccezionale risultato d'immagine della presunta uccisione di Bin Laden. In Iràn la lotta interna alla classe dirigente si sta inasprendo. Anche se Rafsanjani e la “onda verde” paiono ormai fuori dai giochi, lo scontro si è ora spostato a dividere il presidente Ahmadinejad dalla guida suprema Ayat Allah Khamenei. La tensione, apparentemente insanabile, è tra il clero, che vuol mantenere la sua preminenza nel paese, ed i laici (nel senso non di laicisti, ma di esterni al clero) che sembrano cominciare ad essere un po' insofferenti di questa tutela troppo stretta delle autorità religiose. La diatriba tra il chierico Rafsanjani (la vera “eminenza grigia” dietro a tutto il fenomeno della “onda verde”) ed il laico Ahmadinejad si ripropone, dopo l'uscita di scena del primo, con Khamenei, che ha dalla sua una popolarità assai più forte di Rafsanjani ed una carica ben più autorevole. Anche Ahmadinejad è molto popolare in Iràn, e per giunta può contare su un buon momento dell'economia del paese, riconosciuto persino dal Fondo Monetario Internazionale che ha lodato le riforme del Governo iraniano.
La mia opinione è che gli USA vogliano restare a guardare come evolve la situazione in Iràn e, se nel 2013 dovesse emergere un presidente più collaborativo, cercare un accomodamento. Come al solito potrebbe sparigliare le carte Israele, ma molto dipende dalle reali previsioni sulle capacità nucleari iraniane. Le previsioni a disposizione dei decisori strategici a Washington e Tel Aviv sono certamente diverse da quelle che vengono rese pubbliche. Se Israele ritenesse che l'Iran sia prossimo allo sviluppo di armi atomiche, o quanto meno ad acquisire le capacità necessarie per procedere a tale sviluppo, potrebbe attaccare unilateralmente, con incursioni aeree sul modello di quanto fatto contro la Siria pochi anni fa. Il caos provocato dalle rivolte arabe potrebbe essere la cornice ideale, perché i paesi della regione hanno troppi problemi interni per preoccuparsi di quanto avviene tra Israele e Iràn.

PL: L’Iran per il momento è uscito dalla scena…nel senso che se ne parla meno rispetto a qualche tempo fa quando la madre di tutte le questioni sembrava essere la sua nuclearizzazione. In Iran la rivolta dell’onda verde non ha attecchito e non ha prodotto risultati. Forse perché il regime riesce a produrre ancora quella mobilitazione popolare cui si accennava prima, grazie al connubio dell’elemento religioso (il principio della Wilayat al-Faqih) e quello, chiamiamolo, temporale rappresentato dal Presidente e dal suo establishment. A mio avviso due sono i paesi islamici che nel prossimo futuro giocheranno un ruolo di potenza regionale ed ambedue non sono paesi arabi: Turchia e proprio Iran. La domanda è capire se essi due potranno avere un ruolo attrattivo nei confronti dei vicini arabi e, in caso di risposta affermativa, di che natura…per meglio dire Turchia e Iran, accantonate le divergenze di sempre, condividono i medesimi obiettivi se vogliamo revisionisti? E se si, sono pronti ad assumersi a pieno titolo il ruolo di leadership di quella che Huntington chiamò la “civiltà islamica”? 



Daniele Scalea è nato a Cannobio nel 1985; attualmente è segretario scientifico dell'Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie (IsAG) e redattore di "Eurasia - Rivista di studi geopolitici" fin dalla sua nascita. Laureato in Scienze storiche all'Università degli Studi di Milano, è autore de La sfida totale. Equilibri e strategie nel grande gioco delle potenze mondiali (Fuoco, Roma 2010).  

Pietro Longo è nato a Palermo nel 1984. Laureato in Relazioni Internazionali presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università di Napoli l'Orientale. Attualmente Dottorando in Studi sul Vicino Oriente e Maghreb presso il medesimo istituto dove si occupa di Diritto Islamico e nello specifico di Costituzionalismo Islamico.
Tra i suoi interessi vi sono anche la Geopolitica del Vicino Oriente e le Relazioni Internazionali. In merito a queste tematiche ha collaborato con Equilibri.net e dal 2010 con Eurasia, Rivista di Studi Geopolitici.

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